Invisibile, visibili, invisibili solo per chi non voglia vederli. Per uscire dagli indugi, che pure hanno un fondamento, si chiamano stranieri in Italia
Invisibili, visibili, invisibili solo per chi non voglia vederli. Per uscire dagli indugi, che pure hanno un fondamento, si chiamano stranieri in Italia. Se sono extracomunitari e per giunta di colore sono più invisibili… ed ecco ricascati nella trappola di parole. Diciamo che se vengono da molto lontano, hanno la pelle diversa dalla nostra, fanno i lavori che molto spesso noi non vogliamo più fare, e molte volte sono sfruttati, allora la nostra indifferenza cresce. Non ci importa. Se non quando – assai di frequente a sproposito – tiriamo fuori il problema della nostra sicurezza minacciata, per applaudire il politico di turno che sventola la bandiera della nostra incolumità o, dall’altro capo della coperta che usiamo per nascondere le vere questioni, per sentirci un tutt’uno con l’altro politico che inneggia alla fratellanza universale.
Ognuno si ponga dall’uno o dall’altro capo, se così è più comodo, ma il problema che pensiamo non ci riguarda invece ci riguarda moltissimo: in casa nostra c’è gente straniera sfruttata, trattata in alcuni casi come schiavi, molto spesso utilizzata per alimentare la grande illusione del nostro “benessere”. Per consentire che negli scaffali dei supermercati non manchino le fragole, giusto per utilizzare un’immagine usata dopo la strage di Amendolara, che ha riacceso per qualche settimana i fari sullo sfruttamento di stranieri nei campi. Perché i fari funzionano così: se c’è un’inchiesta delle forze di polizia sul caporalato con arresti e denunce, per qualche giorno fingiamo di interessarci. Se poi succede quello che è successo nella stazione di servizio sulla 106 dell’alto cosentino, dove quattro giovani braccianti extracomunitari sono stati bruciati vivi in un’auto da altri extracomunitari, novelli caporali del nostro tempo, allora i riflettori rimangono accesi per qualche giorno di più.








