La prima cosa che colpisce a La Prima Estate non è Jack White, non è Richard Ashcroft, non sono nemmeno gli Hives che di primo acchito sembrano una rissa organizzata da cinque sarti svedesi impazziti, o i Libertines di Pete Doherty, che si presenta sul palco con scarpette rosse manco fosse Dorothy de Il Mago di Oz. La prima cosa che colpisce è un parcheggio.
Detta così sembra una bestemmia giornalistica, ma spesso i festival si capiscono dai dettagli più banali. Da come arrivi, da quanto imprechi prima di entrare, da quanto tempo perdi in fila per comprare una birra o per convertire soldi in qualche valuta parallela fatta di token, gettoni, fiches e altre invenzioni che il pubblico detesta da sempre e che gli organizzatori continuano misteriosamente ad amare. Al Lido di Camaiore succede una cosa insolita: tutto funziona. Arrivi e parcheggi, entri e paghi con la carta. Cammini pochi minuti e hai davanti il mare da una parte e il palco dall’altra. Sembra poco… Perché chi frequenta concerti da anni conosce il contrario. Le interminabili processioni automobilistiche verso Capannelle, le Cascine, o per gli autodromi e gli aeroporti, i campi polverosi trasformati in parcheggi improvvisati, le code che iniziano prima ancora della musica. Qui invece aleggia una sensazione rara: quella di un’organizzazione che non considera il pubblico un fastidio logistico. Lo capisci appena arrivato. Un ausiliario del traffico spiega a due ragazze che il parcheggio costa 2 euro l’ora. Lo dice con aria affranta, col tono di chi annuncia una tragedia nazionale. Io ascolto e guardo decine di posti liberi. Otto euro per un’intera serata e nessuna guerra civile automobilistica, viene quasi da ringraziare. Forse è questo il vero lusso contemporaneo: non il backstage, non il vip pass: la normalità.














