Le strutture che si occupano di riabilitazione sono pronte a fermarsi a fronte dell’impossibilità di garantire le prestazioni con tariffe insufficienti e continue richieste di nuovi servizi da parte della Regione. E’ l’allarme lanciato da Aris Puglia, l’associazione che rappresenta gli enti religiosi e non profit che assistono persone con disabilità, minori e anziani.
«Siamo al paradosso – dice il presidente regionale dell’Aris, monsignor Mimmo Laddaga - in base a cui la Regione chiede standard più alti ma rende impossibile sostenerli, e per di più ci impone un contratto che non è nemmeno il nostro. Senza interventi urgenti e adeguati, molte strutture non potranno più garantire la continuità dei servizi. Le vittime non saranno le strutture, ma i pazienti, le famiglie e i lavoratori».
Sono quattro i nodi segnalate dall’Aris. A partire dalle tariffe riconosciute dalla Regione, ferme da vent’anni. «L’unico adeguamento – il 7% nel 2022 – è del tutto insufficiente e non è stato nemmeno erogato in maniera uniforme da tutte le Asl, lasciando gli enti in una condizione strutturale di sottofinanziamento». C’è poi il tema del contratto di lavoro: Aris ha un proprio Ccnl per i centri di riabilitazione ex articolo 26 e le Rsa, al momento in fase di rinnovo. «La Regione – dice però l’associazione - impone però alle strutture, quale requisito di accreditamento, un contratto diverso e più costoso: quello dell’ospedalità privata, proprio dell’area ospedaliera e non di quella territoriale in cui operano i centri». Questo ha portato il costo del personale a raggiungere l’80-90% del fatturato.








