«Ma allora tu sei d’accordo con Michele Mari?», mi scrive polemico un lettore di Repubblica dopo avere letto la mia Amaca di ieri, domenica 21 giugno. E un poco mi cadono le braccia, perché il punto non è questo. Non è assolutamente questo. Che io sia d’accordo o non sia d’accordo con le frasi sessiste attribuite a Michele Mari contro Michela Murgia (no, non sono d’accordo, ma è veramente imbarazzante doverlo specificare) è totalmente ininfluente.
Non sono d’accordo con le conseguenze che le opinioni di Mari su Murgia, per quanto offensive, o per quanto goffe o fraintese, potevano avere, e per fortuna non hanno avuto, sulla sua partecipazione a un premio letterario. Non sono d’accordo con il comunicato della Fondazione Bellonci nel quale si specifica che tra gli intendimenti della stessa non c’è l’offesa alla dignità delle persone, affermazione che suona perfino ridicola alla luce del fatto che non credo esista al mondo una sola associazione che abbia come obiettivo statutario l’offesa alla dignità delle persone.
Sono d’accordo con il diritto di ciascuno all’indignazione, ma non sono d’accordo con l’indignazione corale e codificata, l’indignazione che diventa dogma morale e crea tabù e discriminazione: conseguenza tanto più assurda quando l’intenzione degli indignati è combattere i tabù e le discriminazioni.










