Gli Stati non si offendono. Nei giorni in cui Donald Trump ha dato della questuante a Giorgia Meloni, la lezione dell’ambasciatore Michele Valensise, già segretario generale della Farnesina, oggi presidente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), è che sotto la schiuma delle dichiarazioni una corrente si muove e tiene unite Roma e Washington e lavora lontano dai tweet notturni.Nel 1985 Craxi tenne testa a Reagan a Sigonella e l’Italia restò atlantica il giorno dopo. Cosa ci insegna quel precedente sullo scontro di oggi?
«L’episodio di Sigonella dimostra ancora oggi che per noi l’alleanza con gli Stati Uniti è molto importante, e non soltanto nel campo della difesa. Ma che tra alleati occorre sempre rispetto e, se necessario, fermezza nel difendere i propri diritti e i propri interessi».Veniamo ai fatti recenti: Tajani salta la missione a Washington, Trump rilancia, Meloni invita a mantenere inalterati i rapporti con gli Usa. Quanto di tutto questo finirà negli archivi e quanto resterà nei rapporti reali tra i due Stati?
«Ormai dovremmo essere abituati alle dichiarazioni irrituali e anche offensive del presidente Trump. I rapporti tra Stati hanno una profondità e una complessità diversa, di cui anche i vertici dell’amministrazione americana dovrebbero essere coscienti. Per questo è prevedibile che gli attriti siano al più presto superati, con gli opportuni chiarimenti, nell’interesse comune».Lei è stato segretario generale della Farnesina. Quando i leader litigano in pubblico, cosa continua a funzionare sottotraccia tra Roma e Washington- basi, intelligence, industria - che l’opinione pubblica non vede?













