Ci sono tendenze e momenti storici che travalicano settori di interesse, argomenti e “temi”, come si dice adesso, per cui nelle stesse ore in cui l’Italia si domandava se davvero Donald Trump avesse perso tempo ad argomentare con un giornalista di Giorgia Meloni che voleva a tutti i costi farsi una foto con lui e la premier si imbarcava in uno scambio che i Windsor del “never complain never explain” avrebbero molto disapprovato (magari gli stilisti fossero disponibili con la stampa come il presidente Usa, Miuccia Prada ormai rilascia un’intervista all’anno, quando va bene), alla Camera della Moda seguivano a loro volta la linea dello “spiegarsi anche quando non ce ne sarebbe bisogno” per smorzare le proteste di quattro scalmanati delle associazioni animaliste tipo Peta che giravano per le strade col megafono.Li ho incontrati proprio sotto casa mia sabato scorso, rientrando da Roma per le sfilate: facevano un baccano di inferno, genere Tacabanda dei Carosello della mia infanzia ma senza i biscotti Doria in premio. Per una buona mezz’ora, hanno strillato a più non posso contro la Camera e il suo presidente Carlo Capasa, che a loro dire non faceva abbastanza per impedire ai suoi associati di presentare pelliccia nelle sfilate. Lo hanno fatto davanti al palazzo di Kiton, che notoriamente non usa pellicce, e che invece presentava la sua bella collezione per la prossima estate al secondo piano, un po’ domandandosi se fosse il caso di scendere a spiegare che quanto mostrava erano i lini e le sete della stagione calda e subito cambiando idea, perché in effetti capita che producendo seta il baco ci rimetta la pelle ed è un animaletto anche lui, sempre naturalmente che gli animalisti conoscano a fondo la questione e si suppone di no; da anni abbiamo anzi l’impressione che difendano solo gli animali col musetto coccoloso e mai gli invertebrati, altrimenti si porrebbero la questione della seta e delle pellicce sintetiche i cui processi di produzione devastano gli ecosistemi e i fiumi con i pesci e invece non lo fanno mai.Dunque, due piani sopra andavano in scena giacche misto seta di un bel colore arancio e azzurro carico, tinte della prossima estate, e due piani sotto ci davano dentro i Tacabanda coi megafoni finché, essendo arrivata l’ora di colazione e facendosi il sole di giugno caldo a 38 gradi, il capo dei protestatari si è passato la mano sulla fronte madida di sudore, ha esclamato che gli pareva abbastanza (anche a me che rientravo a casa) e ha rotto le righe.Nel pomeriggio, quando era chiaro che non si sarebbero più fatti vedere e per strada ci trascinavamo solo noi disgraziati delle sfilate, la Camera della Moda ha rilasciato un lungo papello sulle “linee guida” inviate agli associati dove spiegava e leniva e sopiva, come se non sapesse, e non sapessimo tutti, che una discreta parte del mondo continua a comprare pellicce, i giovani soprattutto, e che se i cambiamenti climatici hanno reso le pellicce utili in zone del pianeta sempre più ridotte perché altrove basta un cappottino, l’aumento del consumo di carne che è alla base della stessa mutazione climatica impone assolutamente che si trasformino le carcasse degli animali in prodotti derivati – cuoio, pelli, montoncini – pena una moltiplicazione di agenti patogeni potenzialmente letale per la stessa umanità (lo smaltimento e/o rilavorazione delle carcasse animali è stata, non a caso, una delle prime attività dell’uomo). Ma, appunto, sono discorsi complessi da fare, ci sono i social da tenere a bada e le shitstorm che nessuno vuole vedersi scatenare addosso, per cui ecco i comunicati che tutto dicono e anche nulla, perché più che dare consigli e buon esempio, la Camera non può fare.Così, in mezzo a un’ondata di calore insopportabile (ma come faceva il marchese Giorgini a tenere tutti in Sala Bianca a fine luglio negli Anni Cinquanta senza neanche un pinguino?) è andata in scena la sedicente settimana della moda maschile, in realtà concentrata in un solo week end torrido che comunque non ha minimamente influenzato i desiderata degli stilisti, tutti favorevoli alle sfilate en plein air sotto il sole nonostante talvolta sarebbe bastato calcolare la traiettoria dell’astro che, ne converrete, ha subito spostamenti minimi dal Big Bang ed è dunque ampiamente prevedibile, per evitare il rischio del colpo di calore a centinaia di persone sempre più stanche e indispettite.Ospiti a rischio di infarto e indebitamente annaffiati da ventilatori ad acqua da Thom Browne nel cortile di palazzo Serbelloni alle due del pomeriggio, in un perfetto controsenso con i fiori dell’allestimento “al bel giardiniere”, finti, grigi nella tonalità cementizia che piace moltissimo allo stilista controllato dal gruppo Zegna che mette sempre i pantaloni corti sotto la giacchetta ai suoi modelli come Angelo Litrico nel 1958, e ventilatori anche da Giorgio Armani, che però ha sfilato all’imbrunire sotto il portico del bel palazzo di via Borgonuovo, e ancora sole a picco attorno a mezzogiorno per lo “stilista della tenerezza” del momento, il giapponese Shinyakozuka, che è appunto tutta una dolcezza nelle tinte e nei tessuti, ma la bontà finisce dove iniziano le riprese e le foto, che è sempre meglio siano “ben incorniciate”. Fra poche ore aprono le sfilate di Parigi che, “in previsione dell’eccezionale caldo”, comunicazione ufficiale della Chambre Syndicale, ha suggerito ai suoi aderenti di evitare di sfilare alle ore centrali, tanto meno all’aperto, e dunque Dior si è spostato alle 9 del mattino, insieme con altri.Il calendario italiano era sostanzialmente vuoto di sfilate, ma nessuno ha pensato al benessere degli ospiti, perché prima arriva lo stilista e subito dopo le star del Kpop, onnipresenti e accolte da ali di folla osannante, tanto che per evitare ingorghi, il comune di Milano ha pensato bene di transennare l’accesso alla Fondazione Prada per oltre 800 metri in ogni direzione, ingresso alle auto vietato tranne che per i pallidi ragazzi di Seoul, e dunque camminata a piedi sotto il sole delle 2 del pomeriggio per stampa e buyer che si domandavano se non fossero magari invitati di serie B, a dispetto delle righe che scrivono e delle foto che pubblicano e dei milioni che spendono. Non ce la prendiamo giusto con Satoshi Kuwata, in arte e brand Setchu, che ha accalcato un centinaio di ospiti nel garage che gli fa da atelier, perché un giovane, peraltro bravissimo, che si sta facendo largo con grande ispirazione e un’attenzione maniacale per i dettagli, i tessuti e la capacità di narrare belle storie, si sostiene e basta, anche a costo di schiantare. E qui arriviamo al terzo punto di questo week end di moda maschile a Milano, in realtà di quel lambris, in quel lacerto rimasto del grande arazzo che era un tempo la moda uomo e che oggi, per molti motivi (la crisi dei grandi brand, la preferenza di diversi marchi in questa stagione per la rappresentazione di sé negli Usa, una evidente stanchezza nell’offerta culturale della città, ormai ridotta a un eventificio dove ogni giorno chiude un esercizio commerciale storico che in apparenza andrebbe tutelato), sta cambiando volto. E, incredibilmente, almeno per quanto riguarda l’offerta di moda non in peggio.La scarsità di grandi nomi alle sfilate di Milano, la presenza di molti brand di abbigliamento rispetto alla moda (vedi per esempio Ralph Lauren), ha messo per contrasto in rilievo molti nomi nuovi, tutti di ottima fattura e interessanti. C’era tempo, e dunque anche i più pigri e quelli che “io vado solo dove investono sul mio giornale” e che sono tanti, si sono affacciati alle sfilate e le presentazioni di quella categoria che, non per anagrafica ma per data di fondazione del business, si definisce “giovane”. Mentre i grandi brand, costretti a mantenere ritmi di vendita elevati che, inevitabilmente, riducono gli spazi di libertà creativa, hanno in genere ripetuto schemi già noti, limitandosi a poche vere innovazioni (tre cose che mi hanno colpito: le scarpe con il triplo monk strap di Prada, prevedibile best seller che verrà copiato da tutti, le giacche morbide nei tessuti operati sui toni del verde pallido e del sabbia di Giorgio Armani, i filati coloratissimi e leggeri di Malo), avanza una nuova generazione di giovani che sperimenta un’immagine maschile lontana dai rigori e dalle rigidità della classica panoplia giacca-polo-pantalone, declinata al massimo in un colore piacevole. Da queste giornate è emersa una figura maschile tenera, divertita, leggera, sensuale e rilassata e non necessariamente “modaiola”, che è la definizione ipocrita che si è data la stampa per indicare in sottotesto un’immagine omosessuale, ma più simile alla sensibilità delle ultime generazioni o, diciamo, di quella parte che non ha come primo scopo di sfondarsi di alcol ogni sera e riprendere col cellulare le ragazze che hanno appena investito, ma che incontri nelle accademie o negli incontri letterari, sempre più affollati di ragazzi interessati a un dibattito culturale e politico che non trovano né a scuola né, tanto meno, a casa. Lo si è visto a Firenze con la prima collezione uomo della designer irlandese Simone Rocha, e a Milano con Simone Botte-Simon Cracker e la sua sofisticata ricerca nel riuso e nella trasformazione (anche di sé), con Setchu, con Filippo Cascinelli Staudacher, Best Designer of the Year 2022 da Istituto Marangoni Milano, che dopo qualche anno di esperienza da Versace e Prada ha lanciato la propria linea, anche lui dedicando particolare attenzione all’utilizzo di tessuti riciclati o antichi, che è un po’ il tratto specifico di questa generazione di stilisti, e che pochi fra i nomi storici (per esempio Zegna, adesso Cavalli, con una stampa del 2005) si possono permettere di seguire.Ed eccoci all’ultimo elemento di cui parlare in merito a questa breve kermesse di moda maschile e cioè l’attenzione per la materia prima: i filati, le pelli e i tessuti. Da tempo, non si assisteva a una uguale sperimentazione materica. E’ come se, dopo anni di ricerca più dichiarata che effettiva, la crisi di interesse nei confronti della moda avesse convinto il lusso, che per anni ha ammantato prodotti di fattura dozzinale del solo marchio per giustificarne il prezzo, avesse convinto anche i ceo più recalcitranti a rivedere i margini e a concedere ai produttori quel minimo di agio economico che consente di proporre al mercato tessuti nuovi, tinte inedite, lavorazioni interessanti. E dunque, sotto la silhouette affilatissima di Prada che ha fatto gridare i social al ritorno dell’estetica di Hedi Slimane (a proposito, quello che i redattori dei giornali non possono scrivere ufficialmente, pena scontro con il loro ufficio commerciale, si trova ufficiosamente sui loro account occulti, per esempio “crispino21” o “stylenotcom”, che non a caso totalizzano un numero di follower ampiamente superiore ai dati di vendita dei loro giornali), ecco materializzarsi i giubbottini di organza bianca, trasparente, i filati sottili, i pantaloni di nappa da guantaio giallo ocra e turchese. Grandissima ricerca di lini e shantung da Armani, soprattutto nella prima parte, bellissimi intrecciati da Setchu e, nelle maglie di cotone, da Dunhill e da Malo.
Sotto il sole di Milano si stagliano giovani stilisti interessanti
Alle sfilate milanesi della moda maschile spiccano Setchu, Cascinelli, Simone Botte-Simon Cracker. Le poche sfilate di nomi già affermati o notissimi hanno finalmente consentito al nuovo di emergere. Ottima notizia, insieme con la sperimentazione nei tessuti e nei filati di Armani e di Malo. Ma la mancanza di proposte culturali della città inizia a farsi sentire













