La Spezia – «La nuova battaglia è iniziata». Pietro Serarcangeli, fondatore di Afea, non ha più la forza di sorridere, ma non intende rassegnarsi. È sua, la firma apposta a ben 49 esposti, che chiedono giustizia per altrettante vittime di amianto. E ora che sono stati consegnati, si tratta soltanto di aspettare. Ieri mattina l'associazione ha manifestato davanti al Tribunale, per contestare «la fatica di vedersi riconoscere i diritti di legge, anche semplicemente per le agevolazioni più banali, come l'esenzione Irpef dovuta agli esposti». Era così caldo che qualcuno si è sentito male. Nulla di irreparabile, ma l'amarezza è grande. E viene in mente l'Antologia di Spoon River, composta all’inizio del ‘900 da Edgar Lee Masters, nel vedere tutti quei nomi uno dietro l’altro, accanto a diagnosi devastanti. Con la differenza che l’autore americano si era inventato gli epitaffi immaginari poetici e commoventi. «Mentre qui si parla di storie vere, di vite devastate», rileva Serarcangeli, che a sua volta combatte contro l'asbestosi e contro gli strascichi di altre patologie correlate all'amianto respirato in Marina. Al primo di quei 49 nomi della lista, un sergente meccanico, è stato diagnosticato un adenocarcinoma polmonare. Al capitano di fregata sono stati riscontrati sia asbestosi che tumore cerebrale. E agli altri militari, marescialli o ammiragli, sotto capi o ufficiali, sono toccate diagnosi di tumori maligni del sangue, carcinomi, neoplasie. Avevano in comune la stessa divisa, quella della Marina, ed una esposizione accertata alle fibre di amianto. E ora tutti i loro nomi, le loro storie e le loro cartelle cliniche, sono stati racchiusi in altrettanti fascicoli, consegnati all’autorità giudiziaria con una ipotesi di accusa terribile. I datori di lavoro «non li avrebbero protetti dal rischio di esposizione». Li avrebbero «abbandonati alla loro sorte, omettendo di adottare le precauzioni imposte dalla legge, se un lavoratore viene esposto ad un rischio di contaminazione». Afea, l’associazione delle famiglie degli esposti, presieduta da Pietro Serarcangeli, ha scritto che «vi era consapevolezza del fatto che ordinare ad un militare di manipolare, spezzettare, colpire, impastare, grattare, battere o strofinare componenti in amianto avrebbe avuto con certezza un effetto dannoso sulla salute di tutte le persone presenti nell’ambiente di lavoro». E avrebbe comportato una condanna a morte anche semplicemente «respirare i frammenti invisibili della fibra, presente dappertutto, sulle navi e in Arsenale». Afea ha affidato l’incarico della presentazione degli esposti all’avvocata di fiducia Sandra Biglioli. A distanza di qualche tempo, si è saputo che il faldone è toccato al pubblico ministero Giacomo Gustavino. E Serarcangeli, che ha seguito personalmente tutti i processi di Padova, ove Afea si era costituita parte civile, sottolinea «l’impegno morale assunto con queste 49 vittime, purtroppo in gran parte già mancate». L’elenco è già drammatico di per sé. Per il presidente dell’associazione, però, è molto di più. «È una parte della mia stessa vita - spiega - perché ogni nome è per me un volto, una persona cara che è stata tradita, un militare che ha creduto nel senso del dovere e ha dato fiducia a chi l’ha mandato allo sbaraglio». Sono moltissimi, i militari ed i civili spezzini che si sono ammalati a causa dell’amianto. «Ci sono voluti vent’anni - rileva Serarcangeli - per arrivare alle condanne di Padova, emesse nel 2024 a carico degli ammiragli che rivestivano ruoli di vertice quando si ammalarono due militari uccisi dal mesotelioma. Gli esposti risalivano al 2005. È stata dura, ma alla fine le sentenze hanno dato ragione alle famiglie e alle associazioni che le hanno tutelate». In vent’anni, diversi ammiragli sono mancati. E i tre condannati avevano superato i novant’anni, quando è stata emessa la sentenza. «Però è stato stabilito un punto fermo - rileva Serarcangeli - la responsabilità dei datori di lavoro, a fronte del nesso di causa e di effetto fra esposizione ad amianto e malattia. E noi chiediamo la stessa valutazione per tutti questi altri marinai, per i quali è stato già accertato lo stesso percorso». Nel 1992 l’amianto era stato dichiarato fuori legge, ma era rimasto dappertutto. «E la Marina ne conosceva i rischi almeno dagli anni ’70», rileva con amarezza il presidente Afea. I processi di Padova hanno stabilito che quelle due vittime di mesotelioma, lo spezzino Mauro Battistini ed il catanese Costantino Grasso, si sarebbero potute evitare, se ci fosse stata prevenzione. In quei processi, Afea si è affidata all’avvocata Laura Mara, già incaricata da Medicina Democratica e da Aiea. Indubbiamente, quelle sentenze hanno messo a fuoco le responsabilità di chi non disse nulla, non informò, non si attivò per dotare il personale dei minimi dispositivi di protezione individuale. Non una mascherina, non una informativa. Nulla. Un silenzio che ora grida.
Marina Militare, alla Spezia Afea deposita 49 esposti per 49 vittime di esposizione ad amianto
“Gli ammiragli che non tutelarono la salute del personale dovranno risponderne”








