La terza è la stagione più riuscita di House of the Dragon. La serie prequel di Il trono di spade riuscirà nell’intento di ingraziarsi di nuovo il pubblico dopo che la promettente seconda stagione si era persa, nell'ultima parte, nei meandri dei giochi di potere, evolvendo in una visione faticosa e snervante. I nuovi episodi, reperibili su Sky e Hbo Max sono di una violenza, brutalità e densità di azione rassicuranti, specialmente quel primo episodio che segna una devastante perdita per uno dei due schieramenti in lotta per il trono e un epico, monumentale scontro navale. Le trasposizioni della saga letteraria di George RR Martin hanno sempre dato del loro meglio quando la guerra si sposta nel mare screziato di sangue e sorvolato dai draghi. L’esordio, come anticipato, è cruento, crudele ed esplosivo. Non c’è più tempo e più spazio per i dilemmi morali, eppure tutto lo show si basa sulle conseguenze di scelte, decisioni, responsabilità e posizioni etiche e su come queste sono influenzati dalle turbolenze dell’anima e dai legami affettivi.I preparativi sono terminati, le premesse smaltite; i rampolli delle due regine sono feriti, morti, scomparsi: a giocare i giochi del trono di spade sono rimaste Rhaenyra e Alicent, esauste e logorate dai lutti, dai rimorsi e da eventi che non possono più fermare, su cui hanno molto meno controllo di quanto vorrebbero. I primi episodi sono scanditi da diverse svolte narrative, alcune francamente sorprendenti - come lo sono gli scherzi del fato specialmente in guerra e in amore. È, fondamentalmente, una storia di amore (e odio) e morte, quella di House of the Dragon, dove ogni piccolo risentimento può condurre a conseguenze immani. La maestosa battaglia navale è degna di un kolossal cinematografico, e se non fosse per i draghi immensi che sorvolano le acque sembrerebbe una precisa ricostruzione di uno scontro tra l’Invincibile Armada e la Flotta inglese, tra prue che si frantumano nel contatto di una contro l’altra e i disgraziati caduti in mari e risucchiati impietosamente dai flutti.La terza stagione vanta una narrazione più vigorosa e veloce. Gli spostamenti del potere sono repentini e quando i vincitori conquistano il trono, di quel regno distrutto dalla guerra civile non restano che ratti e pile di cadaveri, oltre al soverchiante peso del potere e della necessità di dimostrare di saperlo amministrare. La prima metà dell’annata gronda fatalismo, amarezza e precarietà, tra trionfi che appaiono lontani dall’essere definitive e personaggi in cerca di sé stessi oltre i confini della civiltà. Rhaenyra e Alicent, interpretate da Emma D’Arcy e Olivia Cooke, sono ormai le ombre di sé stesse, esauste, distrutte dal dolore più grande, quello di madri che non hanno saputo proteggere i propri figli, e anzi ne hanno oscurato il destino. Non più adolescenti gelose e indispettite, capiscono adesso più che mai di essere sempre segnate dalla tragedia di essere vissute alla mercé di un sistema patriarcale che non ha permesso loro di esercitare il potere come avrebbero potute da uomini.In conferenza stampa, Emma D’Arcy descrive Rhaenyra come finalmente “in una posizione di fiducia e potere, sia personale che politico e strategico”. Eppure, la sua Rhaenyra è un groviglio di disperazione interiorizzata, mentre dell’Alicent di Cooke è rimasto solo l’involucro. Olivia sintetizza il percorso del suo personaggio come quello di una donna a cui resta solo la sopravvivenza: "Cerca di mettere in salvo sé stessa e Helaena e fuggire, ormai può solo ambire a salvarsi la vita». Della regina rigida e determinata delle prime stagioni resta l'ombra: la guerra l’ha svuotata. Il messaggio di House of the Dragon è di una crudeltà lancinante: non c’è pace per chi agogna l’opportunità di rimediare agli errori passati. Intorno a loro orbitano figli, amanti, alleati. Aegon e Damon sono i due satelliti in orbita eccentrica che possono alterare la gravità del regno. Il primo, reso storpio e impotente, spogliato dell’arroganza, patetico e debole ma ardente di desiderio di rivalsa, è l’altra faccia della medaglia del secondo, guerriero invincibile che fuori dal campo di battaglia fa i conti con la propria fragilità.Matt Smith definisce Daemon “un agente del caos è un uomo che si sente davvero vivo soltanto nel contesto di guerra, violenza e disordine". In questa terza stagione la sua natura trova piena conferma, con il personaggio che sembra quasi attratto da ciò che (lo) distrugge. Al centro di quel labirinto di personaggi e legami della prima parte della stagione c’è - di nuovo - un groviglio di dolore, risentimento, senso di colpa e di sconfitta - anche negli animi dei vincitori, perché tutti hanno perso troppo rispetto a quanto valesse davvero la pena. Ed è proprio in quell’equilibrio tra incalzare degli eventi, filosofia politica e disamina della sconfitta morale che questa stagione di House of the Dragon dimostra di aver raggiunto la maturità drammaturgica, convogliata in un terrificante, perfetto manuale di Storia medievale, anche se la storia non è vera e nel cielo volano i draghi.