I ricercatori della NASA hanno determinato che l’oggetto interstellare 3I/ATLAS ha origini antichissime. Secondo i nuovi calcoli, pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Astronomy, potrebbe avere fino a 12 miliardi di anni.
3I/ATLAS ripreso dal Telescopio Spaziale Hubble il 30 novembre. Credit: NASA
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su
Nell'ottobre del 2025, grazie ai dati raccolti dal satellite Gaia dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), un team di ricerca internazionale coordinato da scienziati spagnoli dell'Università de La Coruña ha determinato che l'oggetto interstellare 3I/ATLAS è antichissimo, risalendo a circa 10 miliardi di anni fa, all'infanzia dell'Universo (il Big Bang, il fenomeno che diede vita all'espansione del cosmo, risale a 13,8 miliardi di anni fa). Per questo motivo gli autori dello studio hanno parlato di una vera e propria “capsula del tempo”, proveniente da un luogo remoto e freddo del disco sottile della Via Lattea, la nostra galassia.
Oggi, a quasi un anno esatto dalla scoperta di 3I/ATLAS grazie al sistema di sorveglianza ATLAS (Asteroid Terrestrial-impact Last Alert System) finanziato dalla NASA – era il 1 luglio 2025 –, i ricercatori ritengono che possa essere ancora più antico. In un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Astronomy, infatti, è stato calcolato che potrebbe avere fino a 12 miliardi di anni, formandosi durante quello che gli astrofisici chiamano “mezzogiorno cosmico”, ovvero quando vi fu un picco nella formazione stellare. In sostanza, 3I/ATLAS sarebbe il frammento di un sistema planetario primordiale, una cometa aliena che ha viaggiato per miliardi di anni nello spazio interstellare fino a incrociare il nostro quartiere galattico: il Sistema solare. A determinare che l'oggetto interstellare 3I/ATLAS è ancora più antico di quel che si immaginasse è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Solar System Exploration Division del Goddard Space Flight Center della NASA, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi di vari istituti. Fra quelli coinvolti l'Ufficio della Difesa Planetaria dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) che si trova a Frascati, in provincia di Roma; il Jet Propulsion Laboratory (JPL) del California Institute of Technology; l'Università della Sorbona (Francia); la Queen’s University Belfast (Regno Unito) e altri. I ricercatori, coordinati dall'astrofisico molecolare Martin Cordiner, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato a fondo i dati del Telescopio Spaziale James Webb, lanciato nello spazio a Natale del 2021. Nello specifico, hanno analizzato i dati raccolti attraverso lo spettrografo nel vicino infrarosso NIRSpec, che ha rilevato una concentrazione di deuterio circa 30 volte più alta di quella che che si riscontra nelle comuni comete del Sistema solare. Il deuterio è un isotopo dell’idrogeno caratterizzato dalla presenza di un neutrone in più nel nucleo. A marzo di quest'anno due studi avevano identificato livelli 10 volte più alti delle comete “tipiche”. Cordiner e colleghi hanno anche rilevato un rapporto deuterio-idrogeno dello 0,98 percento nell'acqua di 3I/ATLAS, anch'esso un valore 10 volte più grande di quello rilevato in una cometa tradizionale. L'eccesso di deuterio è compatibile con la formazione in un sistema stellare molto freddo e a bassa metallicità.











