di

Caterina Malavenda

«La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, nei confronti di tre soggetti indagati per i reati di cui agli articoli 629 comma 1 e 2 e 416 bis.1 c.p…..». È il singolare comunicato stampa, inviato ad alcune redazioni lo scorso 12 giugno, perché venisse diffuso, non dice nulla ma bisognerà abituarsi. È il primo frutto avvelenato delle linee guida, appena approvate dal Csm per «una corretta comunicazione istituzionale» in tema di giustizia e processi, per garantire «la protezione reputazionale» degli indagati, azionando il grimaldello della presunzione di innocenza. E quale migliore protezione dell’anonimato, anche quando l’indagine è delicata e i reati assai gravi?

È vero, sulla carta nomi e fatti possono essere inseriti nel comunicato iniziale, ma il procuratore che si azzardasse a farlo, diffondendoli «nell’ecosistema digitale», dovrà seguire l’iter processuale e distribuire, fino alla chiusura le indagini preliminari d’ufficio e poi su richiesta dell’interessato fino a sentenza definitiva, nuovi comunicati di aggiornamento progressivo, in modo tempestivo, visibile e simmetrico, se la notizia iniziale, come è quasi inevitabile che accada, «muti contenuto e significato». Ce n’è abbastanza per indurre la sola fonte istituzionale al corrente delle indagini, quindi la più qualificata, a parlare genericamente di «soggetti arrestati», mettendo in fila i reati contestati e nulla più.