«Trump è deluso dalla testardaggine di Putin. Lo rispettava quando era forte, ma non ora». È la convinzione di Abbas Gallyamov, fino al 2010 uno degli autori dei discorsi di Putin, poi fino al 2014 vice responsabile della amministrazione del Bashkortostan e dal 2022 politologo in esilio. L’Occidente si ricompatta al G7, schierandosi senza riserve a fianco di Kyiv. Cosa è cambiato? Dove è avvenuto il punto di svolta, soprattutto per la posizione degli Usa? «Credo che il vero cambiamento stia nell’efficacia degli ucraini nel contrastare l’invasione russa. Al fronte, i russi non riescono a smuovere le difese ucraine, nemmeno al prezzo di decine di migliaia di uomini uccisi. L’efficacia degli attacchi ucraini nelle retrovie russe ha avuto un’impennata. L’economia russa è in enorme difficoltà, con gli ucraini sempre più infallibili nel colpire le raffinerie. La svolta degli Usa nasce da questo. Nessuno vuole aderire a imprese fallimentari, a tutti piace partecipare a un successo. Donald Trump si sente deluso dal mix di inefficienza e testardaggine di Vladimir Putin. Il presidente americano è molto razionale in questo senso: era pronto a rispettare Putin quando lo considerava forte, ma non ora». Quindi per dirla con Trump, ora è Putin e non Volodymyr Zelensky a «non avere le carte»? «Credo sia troppo presto per affermare che agli occhi di Trump si sono invertiti, ma credo che stiamo andando in questa direzione». Eppure Putin continua a invocare lo «spirito di Anchorage», nella speranza di riportare Trump dalla sua parte. Come si è perso questo «spirito», se è mai esistito? «È un prodotto della propaganda russa destinato innanzitutto al consumo interno. La Russia è carente di successi, e quando nel 2025 ha visto una speranza di svolta positiva, la propaganda l’ha gonfiata a dismisura. Ufficialmente non c’era stata alcuna intesa». Forse qualche promessa non scritta? «Trump è un uomo d’affari e ha cercato di intendersi con Putin su questo piano: terre rare, commercio, revoca delle sanzioni, guarda quanti soldi possiamo guadagnare insieme. Non riusciva davvero a capire perché per Putin fossero così importanti dei territori del Donbas. È possibile che abbia detto qualcosa del tipo “Vedremo di trovare un accordo”, e il Cremlino ci ha costruito sopra la favola dello “spirito di Anchorage”. Già qualche tempo fa il consigliere per le relazioni internazionali di Putin, Yuri Ushakov, ha preso le distanze da questo termine, facendo capire che a usarlo erano Sergey Lavrov e Maria Zakharova, cioè dei propagandisti. Il problema della propaganda è che chi la produce finisce per crederci». Infatti c’è chi sostiene che Putin non sia più in contatto con la realtà. Non è una semplificazione? «Lui ha almeno due volti, forse di più, è impossibile capire cosa pensa in cuor suo. Se c’è una cosa in cui eccelle è l’inganno, la doppiezza, gli viene dal suo addestramento nel Kgb, ma probabilmente possedeva questo tratto già prima. Quando la sera prende il tè con Yuri Kovalchuk, il suo amico oligarca, probabilmente ragiona in termini realistici. Quando ascolta i rapporti del capo dello Stato Maggiore Valery Gerasimov si mostra inflessibile, per non permettergli di tirare fuori delle giustificazioni: se non hai preso questa città, conquistala domani, altrimenti te ne pentirai. Per Putin, manifestare durezza è anche un modo per segnalare ai suoi generali e ministri, sindaci e amministratori delle corporazioni statali, i limiti da non oltrepassare nei quali lui stesso inizia a credere». Zelensky e gli occidentali scommettono sul fatto che Putin sarà costretto a cedere alle pressioni. Ma se invece vorrà alzare la posta, come ha fatto ogni volta che si è trovato in difficoltà dopo il 2022? «Non ha più risorse sufficienti per rilanciare. Per riparare le raffinerie servono componenti di produzione estera, che con le sanzioni sono difficili da ottenere». Questo però è un ragionamento razionale, in un politico che ritiene che l’ostinazione sia una virtù. «Ogni rivoluzione – e anche una svolta mentale e comportamentale è una rivoluzione – ha tempi imprevedibili. L’unica cosa che possono fare i rivoluzionari è aumentare la pressione. Lenin lo sapeva bene». È possibile che questa pressione ormai sia diretta non tanto contro Putin quanto contro i suoi cortigiani? «Anche. Putin guarda molto alla sua cerchia, sono stati loro a incoraggiarlo a lanciare la guerra, perché sapevano che la voleva. Trump prende le decisioni da solo, non ha bisogno di approvazione. Putin non ama se stesso, ama il proprio riflesso nello specchio, deve raccontarsi di agire non per propria volontà ma animato dallo spirito del tempo, espresso dagli uomini migliori della nazione». Che non gli faranno mai obiezioni? «Stanno tutti vacillando rispetto alla guerra, ma ciascuno ha paura di esporsi per primo e di pagarne le conseguenze. Aspettano di cogliere il cambiamento dell’umore del capo per incoraggiarlo. Oppure proveranno a suggerirgli delle vie d’uscita, per esempio, attaccare i Paesi Baltici». Cambiare bersaglio, come nel 2015 quando era passato dal Donbas alla Siria? «Nella visione del Cremlino colpire l’Europa non vuol dire cambiare bersaglio, ma solo tattica. La loro logica è: l’Ucraina ha imparato a fare la guerra, è inutile attaccare il fronte più forte mentre gli europei ridacchiano. Siccome sanno fare la guerra peggio degli ucraini, attacchiamo loro, Trump non verrà ad aiutarli, li costringeremo a fermare il sostegno all’Ucraina, e poi la finiamo in pochi mesi». Intanto però in Crimea non c’è più benzina e nelle casse dello Stato si sta aprendo una voragine. È possibile che il frigorifero, o il serbatoio della benzina vuoto spinga i russi in una direzione opposta a quella della propaganda televisiva? «È verosimile che il desiderio di andare in guerra sparisca definitivamente, sostituito dalla delusione e dalla rabbia. Nel 1914, i russi erano partiti per il fronte cantando inni patriottici, nel 1917 avevano sostenuto la rivoluzione innanzitutto per ottenere la pace». Quanto questo processo potrebbe venire influenzato da un accordo di Trump con l’Iran? «Dipende se ci sarà l’accordo. Se arriverà, il contraccolpo per Putin sarà molto pesante, e non soltanto perché scenderanno i prezzi del petrolio. Se perfino quei folli degli ayatollah, che combattono l’America per precetto religioso, stringeranno un compromesso, Putin rimarrà con il primato del politico più intrattabile al mondo. Se però Trump firmasse alla fine condizioni molto svantaggiose, Putin potrebbe sentirsi rafforzato».
Abbas Gallyamov, l’ex spin doctor di Putin: “Ora lo zar ha paura di Zelensky”
L’ex autore dei discorsi del presidente: «Potrebbe attaccare i Baltici per fermare gli aiuti Ue a Kiev»








