Come un disco volante sui cieli di Mosca. Proprio mentre a Versailles i sette grandi della Terra, Trump per primo, vergavano nero su bianco «Noi leader del G7 siamo uniti nell’incrollabile sostegno all’Ucraina nel difendere la sua libertà, la sovranità e l’integrità territoriale», a pochi chilometri dal Cremlino il tetto di una delle più grandi raffinerie di petrolio del Paese aggressore dell’Ucraina schizzava in cielo, sotto il bombardamento di almeno sette droni kamikaze ucraini. Con una pioggia di gocce di petrolio sulla testa dei moscoviti, Putin compreso, attoniti per l’ennesimo colpo inferto alla immagine, e non solo, di quel paese. Duecentotrentamila barili al giorno andati in fumo, una perdita inimmaginabile di oltre 6.4 miliardi di dollari l’anno.

Si riducono sempre di più i colpi a vuoto di questa roulette russa per Putin, pluriricercato per crimini di guerra di sequestro e deportazione di decine di migliaia di minori ucraini. E non gli basta più rivolgersi all’amico – amico? – Trump che invece sigla l’accordo con l’Iran al fianco di Macron e sotto gli occhi di Rubio. Con il prezzo del petrolio che crolla e le navi di tutto il mondo pronte a riprendere il transito da oggi nello stretto di Hormuz. Un altro guaio irreparabile per Putin.