Alla fine siamo «nel ventre della Bestia» come direbbe Jack Abbott. Gli Stati Uniti d’America, quelli dell’era Trump, si presentano a noi come il più arabo degli scenari. Il nostro tour, quello che porterà Don Mattia e me a percorrere in lungo e in largo questo immenso paese, è iniziato da una cittadina che si chiama Mecca, in quella Coachella Valley che per me fino ad ora era solo il luogo dell’ultimo grande concerto di Moby.
NELLE DUE ORE SCARSE di sonno in un motel lungo la Highway che ci ha portato dall’aeroporto di Los Angeles a qui, ho provato ad immaginare il perché di quello strano nome. Mecca forse sta per «Messico/California». E invece per comprenderne il motivo bastava guardarsi attorno: palme da datteri a mai finire, distese immense come fosse un’unica grande oasi, interrotta solo da ettari di vigneti che le nostre zone del prosecco impallidiscono. «Sapete lo spagnolo?», ci ha chiesto subito Rafael appena prelevati in aeroporto. «No, perché se non sapete l’inglese ci può stare, ma dove andiamo per muoversi bisogna parlare lo spagnolo».
FILE – A group of migrants wait to be processed between two border walls separating Mexico and the United States in San Diego, Jan. 21, 2025. (AP Photo/Gregory Bull, File)









