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Federico Fubini

Alan Greenspan, morto all’età di 100 anni, fu musicista, newyorkese brillante, prima di arrivare, sotto la presidenza Reagan, a capo della Fed. Celebrato come un «Maestro» negli anni ’90, la sua deregolamentazione ha plasmato l'economia globale ed è indissolubilmente legata alla grande crisi finanziaria del 2008, che diede vita all’«età della» (nostra) «turbolenza»

Disse una volta Alan Greenspan al termine di una delle audizioni al Congresso durante la quale i parlamentari washingtoniani lo avevano interpellato come uno sciamano: «Se avete capito cosa ho detto, allora non devo essermi espresso bene». Naturalmente seguì una fragorosa risata in sala, ma forse neanche l’economista morto lunedì 22 giugno all’età di 100 anni poteva capire allora come quella battuta riassumesse l’intera parabola che avrebbe percorso la sua vita.

Perché Greenspan, clarinettista, appassionato di colorate ed eccentriche auto di lusso, ma anche di enormi masse di dati che analizzava come pochissimi prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale, ha vissuto almeno due vite. Due da quando era divenuto prima presidente della Federal Reserve nel 1987 e poi una celebrità come mai successo prima a un banchiere centrale, per la precisione; in precedenza c’erano state le sue prime due vite, quando Greenspan ancora era semplicemente un newyorkese brillante.