«Non è stato dimostrato che Latella facesse parte dell’organizzazione che ha rapito Cristina Mazzotti. Anzi in nessun documento prodotto dall’accusa, relativo a quegli anni, il suo nome è collegato agli ideatori del sequestro. Non vi è alcun atto, non vi alcuna sentenza, che lo colleghi a Calabrò o agli altri autori principali del rapimento. È altrettanto vero che Latella poi, e ciò si può desumere dal suo certificato penale, è diventato un criminale di alto livello, ma questo anni dopo il sequestro Mazzotti». Lo dice l’avvocato novarese Maurizio Antoniazzi nel ricorso con cui appella la condanna all’ergastolo pronunciata dalla Corte d’Assise di Como, lo scorso 4 febbraio, nei confronti del suo assistito, Demetrio Latella detto «Luciano», settantenne pensionato residente in provincia di Novara: fu uno degli uomini che oltre cinquant’anni fa, la notte del 1° luglio 1975, rapì la diciottenne figlia di un industriale vicino casa, nel Comasco, per poi consegnarla ai carcerieri che la tennero segregata in una buca a Castelletto Ticino. Il corpo della giovane venne poi recuperato cadavere nella discarica di Galliate, due mesi dopo.
La difesa del novarese - altro condannato all’ergastolo è Giuseppe Calabrò, 76 anni, residente a Bovalino (Reggio Calabria) - si rivolge alla Corte d’Appello sostenendo che il suo assistito non poteva prevedere la morte dell’ostaggio, non avendo nulla a che fare con la banda di organizzatori, e che quindi possa essere a lui addebitato il sequestro, reato prescritto.







