Genova – Non risponde subito, le scriviamo, richiama e volentieri dice sì all’intervista con Il Secolo XIX. Spiega: «Temo i numeri che non conosco, ho uno stalker che si permette di chiamarmi a qualsiasi ora». Classe 1951, Ilona Staller alias Cicciolina lo dice con fastidio, ma subito torna a sorridere. La raggiungiamo in un superattico a Roma comprato 33 anni fa, con finestre tanto grandi - «sembra un po’ la casa di Barbie» - che è impossibile montare l’aria condizionata e trovare refrigerio. In tanti hanno esagerato con le attenzioni? «Chi esagera deve imparare a stare al suo posto, ma non sa quanti tamponamenti d’auto ho creato, mio malgrado. Mi riconoscono pure oggi alla fermata dell’autobus, e sì che non indosso la coroncina o qualcosa di eclatante, ma un filo di rossetto e dei blue jeans. Non è cambiato molto da quando, negli anni ’70, ero a fare un servizio fotografico e buttavo baci alla gente sotto, e chi era in auto andava a sbattere». Pericolosa. «Le confesso che mi fa piacere». Ha rivoluzionato il senso del pudore in Italia. «Collezionando una cinquantina di denunce per oltraggio al comune senso del pudore. Articolo 128 del codice penale, ora lo so a memoria».
Come sono andate a finire? «Qualche condanna è arrivata, ma poi è arrivata pure l’amnistia. Ho pagato avvocati per anni. Giusto l’altro giorno ero con un’amica e abbiamo chiesto indicazioni a una signora. Si è rivelata un avvocato, mi ha detto: “Signora Staller, la conosciamo bene al Palazzo di Giustizia”. Stavo sempre lì». Nel 1976 il suo primo nudo integrale in una discoteca. «Ai tempi erano tutti molto più bigotti di oggi, e gli spettacoli dal vivo erano una vera novità. Mi tenevo un velo addosso, sui palchi: come nelle favole, sembravo una fata. C’erano palasport con diecimila persone, gente che si attaccava al controsoffitto delle discoteche: una volta è cascato giù». Tutti maschi? Sono state le donne a denunciarla per oltraggio al pudore? «No, le mogli e le fidanzate, una volta che hanno capito che non ero una rubacuori e non c’era da esser gelose li accompagnavano. Non avevo nessuna intenzione di trovarmi un fidanzato nel pubblico: facevo il mio spettacolo, finiva lì. Venivano proprio i pubblici ufficiali, per denunciarmi. A volte ben prima che iniziassi lo show». Record di denunce. «Chiesi a Moana, quando entrò nella nostra agenzia “Diva futura” (fondata con Riccardo Schicchi, ndr): io sono perennemente denunciata, voi no, com’è possibile? Mi ha risposto: tu hai aperto una strada, e noi la percorriamo». Con i suoi film è entrata nelle case degli italiani. «Erano opere d’arte, così come i miei spettacoli. Le scenografie erano sensazionali. Soprattutto, non era semplice pornografia: ogni video raccontava qualcosa della società. In “Orgia Atomica”, per dire, quattro giovani si nascondono in un bunker credendo che sia scoppiata la bomba, e decidono di far l’amore fino all’ultimo respiro, perché se si deve morire, meglio morire così. “Telefono Rosso” andò fortissimo perché iniziavano a vedersi in giro i primi telefoni cellulari». Modella in Ungheria, poi da giovanissima in Italia. Perché? «A Milano cominciai subito a lavorare per tanti spot, girava bene, mi ritraevano importanti fotografi. La pubblicità della Cirio e quella della Superga, tante altre, dall’intimo ai materassi». Apprezzata. «Come si dice, nella vita c’è da darsi da fare perché nessuno ti aiuta. E mi davo da fare. Avevo conosciuto la povertà, in Ungheria. Da bambina, con mia madre, mia sorella e mio fratello Lazlo, che è morto qualche anno fa. Mio padre se n’è andato per farsi un’altra famiglia che avevo tre o quattro anni: un uomo bellissimo, un dongiovanni, con una voce strepitosa». Avete mai recuperato il rapporto? «Da adolescente sono dovuta tornare da lui per farmi firmare un permesso di viaggio. Ha aperto la porta e non mi ha dato nemmeno un bacio. È stata sua moglie a sgridarlo: dalle un abbraccio, non vedi che bella figlia hai?». Dicevamo, l’Italia. «In Italia ho trovato gente che sorrideva per strada, che ballava, gioia pura». È ancora lo stesso Paese? «No, vedo gente per strada con gli occhi bassi. Ieri ho pagato 50 euro per un melone e qualche frutto. I soldi che si guadagnano non bastano più a coprire le spese e il governo non se ne accorge. Poi arriva l’Agenzia delle Entrate a dirti i presunti guadagni: che vogliono, il sangue?». È stato Marco Pannella a portarla in politica. «Una campagna elettorale da sballo. Divertente e colorata come mai si era vista. Avevo una macchinetta scoperta e ci salivo sopra con le tette fuori per dare i miei “santini” elettorali. Andavamo ovunque, nei bar, dai barbieri, nei ristoranti, e lanciavo locandine con la mia foto e i dieci punti di quello che volevo cambiare in Italia. Persi dieci chili in quei mesi, ero magra come un chiodo. Fu il Partito Radicale a chiamarmi per primo, avevano bisogno di impegno per la raccolta firme. Marco lo chiamavo “il cervo”, per quegli occhi belli che parlavano senza che aprisse bocca. Mi manca molto». I radicali la accolsero bene? «Quando chiesi a Marco di mettermi in lista mi accarezzò la testa, e promise che ci avrebbe pensato. Ai vertici, erano tutti contrari tranne lui. Mi inserirono al 49° posto, ma arrivai seconda con 22mila preferenze. Mi battevo per la liberazione sessuale, l’educazione e i diritti civili, utilizzando il mio corpo come manifesto politico». Con il movimento femminista il rapporto fu complesso. Chi la apprezzava, chi la attaccava. «E io mi sono sempre ritenuta femminista a modo mio. Le donne devono avere libertà in tutto. Devono poter pilotare gli aerei e fare le ministre. Le cito sempre l’Ungheria, perché sono così felice della sconfitta di Viktor Orbán: il parlamento è pieno di donne». Oggi si batterebbe ancora in politica? E per cosa? «Ci sto lavorando, ma non le anticipo niente». Nel frattempo? «Lavoro tanto all’estero. Tra reality e fiction, in Argentina, Ungheria, Brasile. Avrò novità importanti in autunno, in Italia: di una non posso dirle nulla perché ho firmato un contratto di riservatezza. E poi a ottobre sarò la madrina del Rally Legend di San Marino, già penso ai vestiti da portarmi per far felici i miei “cicciolini”. Alla televisione italiana non mi chiamano». Perché? «Forse perché non sono raccomandata da nessuno? Non so e tiro dritta. Voglio scrivere ancora canzoni: mi hanno sempre dato molta soddisfazione. “Muscolo Rosso”, del 1988, è ancora molto amata dalla comunità Lgbtq+, ho tanti fan. E presto scriverò un libro, e pure un film sulla mia storia. Ma in fondo è sempre la stessa cosa, da una vita: non so fare altro».








