di
Candida Morvillo
L'attore: «Il bambino del mio film sono io. Venivo da Pianura e il Vomero mi sembrava New York»
«Quando a 17 anni sono andato via da Napoli e incontravo coetanei che mi dicevano di non aver mai visto una pistola vera, pensavo che mi prendessero in giro. Mi sembrava assurdo, perché per me era normale trovarmi in macchina con qualcuno che aveva la pistola». Fortunato Cerlino è cresciuto a Pianura, in una periferia che allora chiamavano il Far West. Anni dopo, sarebbe diventato celebre, al cinema e nella serie tv, come Don Pietro Savastano, il boss di Gomorra. Ma, prima, è stato un bambino che guardava la luna sopra il cielo di Pianura e sognava di scappare da lì. A quell’infanzia torna ora dirigendo Avemmaria, il suo primo film da regista, nelle sale dal 25 giugno. Il piccolo Mario Di Leva interpreta lui bambino, Salvatore Esposito è il suo alter ego adulto.
Cerlino, che bambino era quello che è andato a cercare?«Un bimbo di dieci anni, che parlava solo dialetto e aveva la sensazione di essere stato strappato a qualcosa, come se non appartenessi a quel luogo. Ricordo che piangevo con i miei genitori, convinto di non essere figlio loro. Dicevo: “Ma io non so’ figlio a vui”. Non vorrei scomodare concetti importanti, ma sentivo una sorta di chiamata, di vocazione ad altro. Di notte, mi svegliavo e guardavo il cielo, la luna, lo spazio. Infatti, nel film, la luna è una compagna di fantasie. E io, come nel film, sognavo di fare l’astronauta, oltre che il cantante melodico. E poi leggevo, grazie alla mia maestra Giulia Del Sordo. Il Vecchio e il Mare di Ernest Hemingway fu una folgorazione. Ero un bambino con un compagno altrove che, a volte, stava con quel vecchio sulla barca e, a volte, stava sulla luna».







