«Per combattere la mafia Livatino usava le stesse armi di Falcone e di Borsellino, il sequestro dei beni e dei conti bancari. Era un giudice integerrimo, da tutti i punti di vista, ed era anche molto credente, il Vangelo era il suo principale punto di riferimento, aveva un suo modo particolare di approcciare gli assassini, anche quelli più cruenti, riusciva a parlarci, quasi come se volesse convertirli». Premiato ieri al Teatro Antico con il Taormina Film Festival Achievement Award, Michele Placido descrive con il trasporto di sempre la sua ultima impresa, una serie dedicata al magistrato Rosario Livatino, vittima, nel settembre del 1990 ad Agrigento, dell’agguato dei killer della «Stidda». Un racconto in linea con i temi prediletti della sua carriera di attore e di regista: «Da ragazzo ho vissuto passioni politiche, ho preso parte alle occupazioni del Sessantotto, sono andato nelle piazze, ho manifestato contro la guerra in Vietnam, ho scioperato, le nostre giovinezze sono state segnate da emozioni continue. Oggi siamo immersi in un magma, in una specie di sonnolenza, i giovani registi girano bene, raccontano belle storie d’amore, ma, tutt’intorno, il mondo sta crollando, e l’umanità sembra non avere la forza di sognare un futuro migliore». Cosa l’ha colpita in particolare della storia di Livatino? «Ho letto tanto su di lui, a partire da una notizia sulla sua beatificazione. Ho deciso di assistere alla cerimonia, c’erano tutti, magistrati, sacerdoti, c’era l’orgoglio della Sicilia, mi ha fatto impressione pensare che fosse un ragazzino che è stato lasciato completamente solo. Nel tribunale di Agrigento ho incontrato giudici che lo avevano conosciuto, ho saputo fatti nuovi, inquietanti, ho interrogato fonti e sentito ancora più forte la volontà di raccontare la sua storia». Perché è ancora importante parlare di mafia? «Perché mafia è un termine che riguarda il comportamento delle persone. Poco prima di morire Livatino disse una frase importante: “Non basta essere credenti, bisogna anche essere credibili”. Oggi mi chiedo quanti siano i politici credibili in Parlamento». In Italia il momento è complesso. «La cronaca politica di questi giorni, con le nuove divisioni nella destra, i fascisti, Vannacci, ecco, tutte cose che non mi fanno nessuna simpatia». I suoi film, a iniziare da Pummarò, hanno sempre avuto un taglio civile e sociale marcato. Cosa l’ha spinta ad affrontare questo tipo di temi? «Pummarò parla del caporalato, è nato perché un giorno d’estate mentre facevo il bagno nel Napoletano ho visto passare dietro una duna un gruppo di ragazzi africani. Vengo a sapere che di notte, in modo clandestino, quei giovani venivano portati a raccogliere pomodori, mi organizzo per andare a filmare, arrivo e mi sento apostrofare da uno che dice che lì non potevo stare e non potevo riprendere. Dopo un attimo mi ha riconosciuto, ma la macchina da presa non la voleva, ci fu una colluttazione, alla fine ho fatto quello che volevo, ero giovane... Alle spalle ho un’educazione politica e culturale che si rifà a personaggi come Francesco Rosi, Elio Preti, se oggi ci fossero ancora, sono sicuro che sarebbero molto arrabbiati. Quel cinema civile, quei film, come Le mani sulla città, ci mancano molto. Mi sembra che non ci sia oggi una generazione di registi che proponga coraggiosamente certi temi. Il problema è che i giovani autori si censurano in partenza, hanno un timore, che li spinge ad affrontare temi più addomesticati».