La lettera, in sé, sembra solo una “innocente” richiesta di chiarimenti. Codici, codicilli, leggi elencate in uno stile asciutto, cortese e determinato, che non ammette repliche. Un documento riservato che ha fatto saltare in molti sulla sedia, soprattutto perché e chiedere informazioni è la Procura della Repubblica di Agrigento. E il tema è quello, spinosissimo, del mancato contrasto all’abusivismo edilizio.
In settimane in cui chi abita (e sono centinaia di famiglie) in case insanabili invoca con rabbia il diritto all’acqua dopo che la società di gestione del servizio idrico, l’Aica, ha vincolato la possibilità di rifornirsi con autobotte al possesso di un contratto (impossibile per chi non ha titolo di proprietà e conformità urbanistica), e firma messe in mora e diffide al Comune e alla Prefettura, la magistratura, in silenzio, opera.
E lo fa accertandosi innanzitutto di cose si sia fatto – e non fatto – in questi anni sul fronte del ripristino della legalità in territori in cui l’abusivismo edilizio è stato, a lungo, un marchio di fabbrica. Non chiedendo quante case siano state abbattute, ma, per conoscere l’effetto diretto di queste attività mancate.
Nella nota firmata dal procuratore capo Giovanni Di Leo, sollecita i Comuni (mettendo in copia per conoscenza il prefetto di Agrigento Salvatore Caccamo) a fornire «per ragioni di Giustizia, al fine di monitorare lo stato esecutivo delle ordinanze di demolizione emesse da codesto ente e di verificare i contestuali ordini di demolizione emessi con sentenze passate in giudicato» entro 90 giorni «l’elenco analitico, diviso per anno, delle sanzioni amministrative pecuniarie emesse a seguito all’accertamento dell’inottemperanza alle ingiunzioni a demolire a decorrere dall’1 gennaio 2016». In sintesi: so già che non avete provveduto a demolire in danno, e che soprattutto non lo hanno fatto i cittadini; quindi, chiarite le somme che avete incassato o che avete affidato alla riscossione coattiva negli ultimi 10 anni.











