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A meno che non venga inopinatamente bloccato da qualche incidente di percorso, allo stato Giuseppe Conte ha preso il comando delle operazioni per ciò che riguarda un campo largo significativamente già delimitato nella ben nota foto di gruppo al ristorante “Costanza”. Già quell’immagine di per sé è stata per Conte un successo politico. In primo luogo, mai nel passato il partito maggiore della sinistra, dal Pci al Pds allo stesso Pd, aveva dato una simile manifestazione di egualitarismo ai partiti minori. Il secondo successo di Conte, all’inverso, è stato quello di avere ottenuto l’esclusione di Renzi, cioè di colui che, avendo una parte dei suoi stessi pregi e difetti, giocava una partita di segno opposto proprio ai fini dell’esercizio dell’egemonia nel campo largo.
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Non a caso Renzi, per essere riammesso nel cuore della sinistra, si era impegnato nella funzione di pesce pilota a favore della Schlein e per l’aggregazione di uno schieramento vincente fatto certo da una sinistra radicale, ma anche da un centro consistente. Invece Conte ha fatto una operazione di segno opposto: ha chiuso a doppia mandata uno schieramento di sinistra radicale che darà comunque le carte su tutto, dal programma alle liste. Poi sarà probabile che in un secondo momento ci sarà anche l’aggregazione di un centro però del tutto aggiuntivo fatto da soggetti addomesticati e subalterni per definizione: per intenderci, gli Onorato e i Ruffini di cui si parla. Al di là di queste manovre di schieramento, Conte per accreditarsi si presenta come portatore insieme di posizioni radicali sul terreno del giustizialismo ma anche di una sperimentata capacità di presiedere un governo. Anzi, Conte di governi ne ha presieduti due, in rapida successione e di segno opposto, uno di destra con Salvini, l’altro di centrosinistra con il Pd e nel periodo più drammatico, quello del Covid. In quell’occasione, come il nostro giornale sta spiegando in modo assai ampio, fornendo materiale importante anche alla commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, il governo ne combinò di tutti i colori ma avendo l’avvertenza di muoversi in un contesto politico di per sé assai garantito. Infatti si realizzò proprio nella fornitura delle mascherine uno straordinario triangolo costituito dal premier, da Massimo D’Alema, diventato anche un procacciatore di affari viste le sue proiezioni cinesi e da quell’Arcuri rivelatosi il corrispettivo di Enrico Mattei nella gestione delle mascherine che valevano miliardi.











