La proposta di legge sul “diritto al restare”, presentata dal Partito democratico con il contributo de L’Associata, dopo un lungo percorso di ascolto in giro per l’Europa, rappresenta un primo passo concreto per affrontare una delle più grandi emergenze sociali italiane: la partenza forzata di migliaia di giovani, che in Italia ormai spesso possono solo aspirare a “sopravvivere”.Negli ultimi anni oltre 630 mila ragazze e ragazzi tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia. Dietro questi numeri non ci sono “cervelli in fuga”, formula insufficiente e inappropriata, ma persone: medici, infermieri, ricercatori, tecnici, lavoratori specializzati che spesso non partono per ambizione, bensì perché restare è diventato economicamente impossibile. Non a caso per un giovane che entra in Italia da Paesi con economie avanzate, ben 9 se ne vanno: un trade off distruttivo e che esige risposte.Questo lo abbiamo ascoltato direttamente durante un tour europeo tra Parigi, Bruxelles e Londra, incontrando centinaia di giovani italiani emigrati. La domanda che ci hanno restituito è semplice: si può ancora scegliere se restare?La proposta di legge sul Diritto al restare prova a dare una prima risposta. Sicuramente non sufficiente a risolvere il problema da sola, ma necessaria. Perché se è vero che se in tanti scegliamo di andarcene non potrà essere un testo singolo a trasformare il Paese, è altrettanto vero che la volontà politica di farlo e di iniziare a mettere le basi per un nuovo avvenire costituisce un’opportunità immancabile. La proposta di legge riconosce finalmente una verità troppo a lungo ignorata: stipendi bassi, precarietà e costo della vita impediscono a molti giovani di costruire un futuro dignitoso nel proprio Paese. Misure previste al suo interno, come il Fondo per la permanenza dei giovani lavoratori, con un sostegno salariale per gli under 35, vanno nella direzione di premiare lavoro stabile, contratti veri e salari dignitosi. Duecento euro non sono una rivoluzione, ma sono un sostegno, e ancora di più, sono un segnale. Alle aziende, perché se assumono in regola e con tutele crescenti acquisiscono dei fondi in più per i loro lavoratori. E per i dipendenti, perché guadagnano quel di più che può fare la differenza, almeno nei primi anni di impiego. Importante anche il portale unico nazionale “Scelgo l’Italia”, pensato per chi vuole tornare, semplificando burocrazia e ostacoli amministrativi. È uno strumento che Francia e Spagna hanno da anni. Oggi tornare in Italia è una corsa a ostacoli: residenza, iscrizione al servizio sanitario, riconoscimento dei titoli, fisco, scuola per i figli. Il portale unico nazionale è il primo passo per togliere quegli ostacoli. Perché non basta dire ai giovani “tornate”. Bisogna costruire una porta da cui rientrare.È vero, questa legge non risolverà da sola un problema strutturale. Ma è un inizio. Perché il vero diritto non è impedire ai giovani di partire: è permettere loro di scegliere se restare. La sfida non è garantire la sopravvivenza, ma un futuro dignitoso e di benessere nel nostro Paese. Per tutti.
Non cervelli in fuga ma precari esausti. Restare è un diritto
Contratti stabili, integrazione al reddito e un piano di agevolazioni. È quanto prevede una proposta di legge. Per far tornare i giovani. O non farli andar via
Italia introduce Fondo permanenza 200€/mese under 35 e portale nazionale contro brain drain (630k emigrati, rapporto 9:1). Segnala crisi skilled-worker availability; hiring squeeze e retention pressure per tech companies; opportunità incentivi governativi.







