Finalmente la Commissione Europea se n’è accorta; la fuga dei giovani dalle aree sottosviluppate, quelle con un reddito medio inferiore al 75% della media, non può essere salutata come esaltazione del diritto alla libertà di circolazione.

Se quasi 350 mila dei nostri giovani under 35 migliori hanno deciso di abbandonare il Sud negli ultimi 23 anni, provocando la dispersione di circa 8 miliardi di investimenti fatti sulla loro formazione a favore del Nord e dell’estero, non si può più parlare di diritto alla mobilità ma piuttosto di «condanna ad emigrare». E se lo fanno sempre prima, anticipando l’esodo e andando anche a studiare fuori casa, il danno diventa duplice perché perdiamo anche risorse economiche che non vengono spese sul territorio.

Un po' come la mobilità passiva in campo sanitario; non siamo in grado di offrire un servizio adeguato e l’utente sceglie di comprarlo altrove a danno di tutti noi. E così l’effetto diventa causa in un processo auto deterministico.

Il problema del Sud è condiviso anche da altre aree della UE in ritardo di sviluppo e così entro la fine dell’anno la Commissione Europea dovrà porci rimedio con la Right to Stay Strategy (la strategia per il diritto a restare). Anche perché nel frattempo non solo il territorio si impoverisce delle risorse giovani più determinate ma si innesca anche una tendenza alla rassegnazione che vede l’Italia al poco invidiabile secondo posto nella classifica europea dei giovani NEET (Not in Education, Employment or Training), giovani under 35 che non studiano, non lavorano e non si formano.