Sulle alture che dominano il Lago dei Quattro Cantoni, nella quiete di Bürgenstock (cantone di Nidvaldo), si consuma in queste ore una delle partite geopolitiche più complesse e decisive del nostro tempo. Le delegazioni di Stati Uniti e Iran si sono riunite per inaugurare una fase cruciale, ad altissima tensione, dei negoziati per l’attuazione dell’accordo di pace provvisorio.

Lo stridente contrasto tra l’ordine elvetico — convogli diplomatici e un apparato di sicurezza straordinario — e la polveriera mediorientale, con l’eco dei bombardamenti, fotografa una crisi regionale dai riflessi globali.

Il dato politico più incoraggiante è che il confronto non è naufragato. Malgrado segnali contraddittori, rinvii tattici e fiammate sul campo, nessuna delle due potenze rivali ha voluto farsi carico di far saltare il tavolo.

L’agenda del vertice travalica i formalismi: al centro ci sono i nodi del programma nucleare di Teheran, la tenuta della fragile tregua nel sud del Libano e la questione, rovente, dello Stretto di Hormuz.

A guidare la missione americana è il vicepresidente JD Vance, atterrato all’alba alla base aerea di Emmen. L’invio della seconda carica dello Stato non è un gesto simbolico, ma una scelta che innalza posta e rischi politici. Prima di lasciare il Maryland, Vance ha chiarito le due priorità assolute e inscindibili: dossier nucleare e cessate il fuoco in Libano.