Sul Bürgenstock, sopra il Lago dei Quattro Cantoni, la diplomazia ha scelto un paesaggio da cartolina per discutere di una delle crisi più pericolose degli ultimi anni. Mentre fuori restano aperte le linee di frattura del Medio Oriente, dentro le sale del resort svizzero il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran si è chiuso con un risultato che, almeno sul piano politico, nessuno considera marginale: una roadmap condivisa per tentare di arrivare a un accordo definitivo entro 60 giorni. È poco, se confrontato con la profondità dello scontro; è molto, se si guarda al punto da cui le parti ripartono.

A certificare la chiusura del primo giro di tavolo sono stati i due mediatori, Pakistan e Qatar, che hanno descritto l’atmosfera dei colloqui come “costruttiva e positiva” e hanno spiegato che il lavoro non si fermerà qui: i contatti tecnici dovrebbero proseguire per il resto della settimana. È un dettaglio meno formale di quanto sembri. Nei negoziati mediorientali, la differenza tra una dichiarazione politica e un testo attuativo è spesso la distanza tra un’intesa annunciata e una crisi che riparte. Per questo la prosecuzione dei colloqui tecnici conta almeno quanto l’annuncio politico uscito dalla Svizzera.