Le carenze maggiori negli organici soprattutto al Nord, dove vivere in affitto pesa più che altrove nel bilancio dei lavoratori pubblici. L'aumento degli assunti e il problema dei giovani che devono essere convinti a scegliere i posti vacanti dove una stanza costa di più. In ballo ci sarebbero 100.000 alloggi

Vivere nei grandi centri urbani è diventato proibitivo non solo per gli studenti fuori sede, ma pure per chi entra nella pubblica amministrazione. Insegnanti, personale Ata, agenti di polizia, vigili del fuoco, medici e infermieri si scontrano con canoni di locazione fuori scala, soprattutto al Nord, dove gli uffici pubblici registrano scoperture di organico che, secondo Francesco Bisozzi sul Messaggero, in alcuni casi toccano il 20-30 per cento. Dal 2023 lo Stato è tornato ad assumere con un saldo positivo di 12.707 unità, ma trattenere chi vince i concorsi resta complicato quando il primo stipendio non basta a coprire l’affitto di una stanza.

Perché lo Stato fatica a coprire i posti vacanti al Nord

Il nodo è anche generazionale. Oltre il 66 per cento dei dipendenti pubblici ha superato i 45 anni e nel prossimo decennio servirà rimpiazzare, stima l’Istat, circa 1,4 milioni di lavoratori. Per riempire quelle caselle bisogna convincere i giovani ad accettare incarichi lontano da casa, cosa che oggi spesso non avviene. Lo riassume il deputato di Forza Italia Piergiorgio Cortelazzo, citato da Il Messaggero: «Sono note le difficoltà dei lavoratori del settore pubblico a trasferirsi nelle zone a cui sono assegnati per dovere di ufficio, con le conseguenti rinunce ovvero con situazioni di pendolarismo esasperato, in particolare nei settori della scuola, della sanità e del comparto sicurezza».