Ho avuto una visione: immaginando una versione aggiornata dei roghi di libri in Germania nel 1933, i testi a cui oggi verrebbe (verrà) dato fuoco sono: l’opera completa di Erri De Luca, la saga di Harry Potter e Anche i figli hanno dei doveri di Osvaldo Poli, psicologo e psicoterapeuta. Leggendo il libro di Poli, edito da Mondadori, ho più volte provato una certa apprensione per l’incolumità dell’autore: me lo sono immaginato ammanettato nell’aula bunker del gruppo Facebook delle mamme dei bambini plusdotati, arrestato per hate speech per aver scritto più volte “responsabilità personale”, condannato per negazionismo del determinismo educativo, crocifisso nella sala mensa di Milano Ristorazione. Lo so che tutti i libri in uscita sono “urgenti e necessari” - personalmente mai letto uno - ma il saggio di Poli fa un’operazione secondo me più rischiosa del rendersi urgenti e necessari: non consola. Non parla di social, schermi, telefoni, quello che fa è una sorta di lezione di educazione effettiva. Anche i figli hanno dei doveri si apre con un’idea che in un’epoca che ha completamente eliminato la responsabilità personale suona strana: i figli hanno un carattere, e spesso e volentieri pure brutto. Poli, con un discreto sprezzo del pericolo, descrive poi varie tipologie di figlio: quello immaturo («con il suo atteggiamento, il figlio è logorante, strema per usura perché sfrutta come un parassita la dedizione altrui»), quello col carattere difficile («fa il contrario di ciò che gli chiedi, come se sulla fronte avesse scritto “non mi avrete mai come mi volete”»), quello narcisista («molti genitori interpretano questo atteggiamento in chiave “disagistica”: “Mio figlio si comporta così perché infondo si sente inferiore”. In realtà il senso di superiorità è un numero primo: non deriva da altro se non da sé stesso»), quello opportunista («è il tipo che ruba la carta di credito alla nonna»), il “pulcino feroce” («ciò che l’altro offre non è un dono, ma l’esecuzione di un obbligo») e “quello che si vittimizza” («sembra più interessato a far sentire i genitori colpevoli che a risolvere i propri problemi»). Generalizzo, ma permettetemi di dire che in un qualunque contesto dove ci sono dei genitori, che sia un gruppo Facebook, la sezione commenti di qualche psicoterapeuta del web o la chat di classe, queste categorie non esistono, perché esistono solo figli il cui comportamento è la reazione a un mondo che non ne capisce il genio o le paturnie. Questo succede perché il tentativo di beatificazione dei figli ha tolto loro umanità, rendendoli non persone con una propria autonomia e un proprio carattere, ma vittime del contesto, della scuola, nei neuroni, di internet, della nonna. Senza paura dell’arresto per vilipendio di genitorialità, Poli descrive bene le categorie del disagismo, del poverinismo, del determinismo educativo. I bambini hanno temperamento, personalità, ombre, possono essere manipolatori e opportunisti, ancora più spesso ci deludono, a volte nemmeno ci amano, o perlomeno non ci amano come noi vorremmo. Noi li amiamo, anche quelli col brutto carattere, ma non basta, e Poli dice una cosa importante: bisogna amare la verità più del figlio stesso. Nessuno vuole crescere un bambino infelice, ma quel bambino si trasformerà inevitabilmente un adulto infelice se non viene educato al giusto e al vero. Poli, sempre più noncurante del pericolo, parla dell’ossessione per il giudizio. La gente vive nel terrore non solo di essere giudicata, ma anche di giudicare, come se fosse una specie di omicidio morale, e questo succede anche con i figli. «Finché la capacità di giudizio del genitore resta ostaggio dell’approvazione del figlio, egli diventa, infatti, dipendente da lui nel determinare ciò che è vero, ciò che è giusto e ciò che è necessario fare. Senza il “benestare” del figlio, il genitore non si sente autorizzato a credere ai propri occhi, ha bisogno che sia lui a legittimare ciò che pensa, ciò che vede, ciò che sente». Io non ho le competenze necessarie per elaborare una teoria psicopedagogica, ma una cosa la so: i figli non perdonano mai di essere stati l’adulto in casa. Essere gli adulti in casa significa dire no perché è no, significa non ottenere né approvazione né consenso, perché quello che è giusto non si misura con l’applauso, ma con una visione del futuro. Insomma, speriamo che quando si metteranno a dare fuoco ai libri inizi a piovere, «perché è giusto lasciare ai figli un pianeta migliore, ma anche lasciare figli migliori per il pianeta non sarebbe male».