Dietro la porta dell’appartamento al terzo piano di via dei Pioppi al civico 62 si apriva un mondo. La casa di Benito era in realtà un incredibile zoo tra quattro mura, finestre chiuse e persiane abbassate. Benito Giacalone, 59 anni, aveva trasformato la sua casa nel popolare quartiere Centocelle di Roma in una residenza per centinaia di animali. C’era il suo cane preferito, uno Yorkshire al quale era legatissimo. C’erano due tartarughe che Benito ogni giorno curava con affetto. Da poco era arrivata una cagnolina meticcia con i suoi quattro cuccioli che il benzinaio del quartiere aveva affidato alle sue amorevoli cure. E poi e soprattutto c’era un centinaio di uccelli che vivevano liberi nell’abitazioni tra pappagallini colorati di diverse razze, canarini e altri volatili. Da tempo, Benito coltivava un’autentica e straordinaria passione per gli animali ai quali dedicava moltissimo tempo da quando era andato in pensione dopo una vita da sarto. Da tempo aveva chiuso la sua bottega in via Tor de’ Schiavi nella quale per anni aveva preso le misure ai tanti clienti per realizzare abiti su misura. Poi gli affari erano calati, la concorrenza dei grandi negozi e dei vestiti confezionati si era fatta sentire sempre di più e così negli anni ’90 aveva abbassato la saracinesca per cambiare lavoro. Insegnava taglio e cucito in un istituto, agli allievi raccontava qualche aneddoto della precedente attività e soprattutto cercava di condividere la passione per la sartoria. In realtà, con la pensione la vita era radicalmente cambiata. Giacalone aveva potuto dedicarsi a se stesso e ai suoi piaceri. Con ogni attenzione, trascorreva ore e ore con i suoi animali, curava e studiava le piante che aveva in casa, frequentava la parrocchia san Felice de Cantalice ogni martedì e venerdì per dare continuità e adesione alla vita religiosa da neocatecumenale che aveva intrapreso da tempo. Era la più grande chiesa del quartiere, lui si trovava bene in una dimensione interiore che cercava per rispondere alle troppe domande rimaste sospese. Della sua vita privata condomini, vicini di casa e di quartiere conoscevano poco, pochissimo. Giacalone era un uomo minuto, riservato, di pochissime parole. La vita tranquilla scivolava via ogni giorno senza che in tanti lo notassero e quei pochi che interagivano con lui nemmeno conoscevano il suo vero nome. L’ex sarto, infatti, non aveva mai amato chiamarsi Benito e poi “Benito Giacalone” era considerato veramente troppo per lui per non suscitare l’attenzione, la curiosità, rievocare il ventennio fascista. E così da sempre si faceva chiamare da tutti Giorgio, tanto che i più davvero nemmeno sapevano il reale nome di battesimo, a iniziare dal suo parrucchiere di fiducia dove ogni settimana andava a tingersi i capelli. Del resto, ci teneva alla riservatezza, alla discrezione, in pochi sapevano che era un omosessuale e così il fidanzato, con il quale aveva per anni convissuto, l’aveva presentato nel palazzo come un parente, per evitare chiacchiere e malelingue. Nell’estate del 2001 una preoccupazione aveva iniziato ad assillarlo, diversi pappagallini erano infatti morti per ornitosi, ovvero quella clamidiosi aviaria che colpisce i volatili, essendo una pericolosa infezione alle vie respiratorie. Giorgio passava così le ore nell’appartamento al terzo piano ad osservare i suoi compagni di vita, a notare chi avesse il piumaggio arruffato, a chi fosse apatico o presentasse uno scolo oculare, nasale, tutti sintomi di questa subdola malattia. E così anche in quel fine ottobre con parecchi esemplari ormai deceduti, l’ansia aveva cambiato l’umore, senza considerare il rischio che l’ornitosi potesse colpirlo, visto che è contagiosa anche per l’essere umano che rimane a contatto con i soggetti malati. Ma qualcosa di tremendo stava per accadere, qualcosa che avrebbe fatto cessare il delicato equilibrio in quella casa così popolata, la vita semplice e lineare di un uomo generoso, sempre pronto ad accogliere un animale bisognoso in casa ed aiutare gli altri. Quel 23 ottobre, infatti, un vicino rientrando nel palazzo nota che la porta dell’appartamento di Giorgio è stranamente socchiusa. Un dettaglio troppo insolito per non allarmarsi e decidere di chiamare le forze dell’ordine. La polizia arriva e bussa più volte ma non risponde nessuno. Gli agenti così entrano e trovano l’ex sarto sdraiato nudo sul letto della camera, adagiato con le mani legate alla spalliera. L’assassino ha utilizzato dello scotch per immobilizzarlo e anche per non farlo urlare, visto che l’ha silenziato, imbavagliandolo con una striscia sulla bocca. Poi l’omicida deve aver avuto un moto di pietà e gli ha lasciato il naso libero, evidentemente per respirare. Notando alcuni canarini a terra deceduti, i poliziotti fanno intervenire un veterinario per capire cosa è accaduto e se questo può avere a che fare con l’omicidio. Gli uomini in divisa si sottopongono a un ciclo di antibiotici mentre analizzano l’appartamento per rilevare impronte dattiloscopiche ed eventuali tracce lasciate dall’assassino. Ma chi aveva interesse a uccidere quest’uomo innocuo, buono e ai più praticamente invisibile? Quale può essere il movente di questo omicidio, visto che Giorgio non era certo benestante, una persona ricca? Per settimane gli inquirenti non riescono a fare un passo avanti, decisivo. La rapina sembra profilarsi come spiegazione più probabile di questo delitto ma non ci sono elementi importanti che orientano le indagini. Solo un fogliettino potrebbe offrire qualche indicazione. Qualcuno, forse proprio Giorgio, ha annotato sopra il cognome “Vasile” e a fianco le parole “Virgnoni– Romania”. Che si tratti di qualcuno conosciuto occasionalmente, entrato in casa con l’astuzia per poi approfittare della disparità di età e forza fisica? Questo soggetto potrebbe essere di nazionalità rumena, se quel foglietto è stato vergato di recente ed è riconducibile al delitto. Le indagini si orientano così ai rumeni residenti nella capitale e, in particolare, a quelli provenienti da Virgnoni che è un piccolo centro del paese. Vengono controllati anche i bonifici eseguiti nel periodo con beneficiari abitanti di quel borgo partiti dall’Italia e questo dettaglio riporta a due manovali che vivono a Ladispoli, Vasile Buza, 32 anni, e il nipote Gherghe Razvan Tamboi di 23. Messo alle strette, il primo ammette di aver conosciuto Giorgio nel parco di via Palmiro Togliatti a Roma. Prima coincidenza: si tratta proprio dell’area verde che la vittima frequentava, quando portava a spasso il suo yorkshire. I due sarebbero diventati buoni conoscenti, l’ex sarto si sarebbe proposto di aiutare il rumeno a cercare lavoro nella capitale. Sarebbe nata una frequentazione fino a quell’ultimo incontro a casa del pensionato. Lui che apre la porta e si ritrova di fronte ai suoi assassini. Nel raccontare quanto accaduto giurano che si trattava solo di una rapina, che non volevano uccidere ma l’amante dei pappagallini rinvenuto dopo 18 ore dall’aggressione fatale, è stato ritrovato nudo e ormai senza vita sul suo letto.