Osservando la recente mostra allestita nei begli spazi della Fondazione Magnani Rocca, Il Simbolismo in Italia. Origini e sviluppi di una nuova estetica 1883-1915 (fino al 28 giugno, catalogo Dario Cimorelli) viene in mente l’episodio dei Fratelli Karamazov in cui Il Grande Inquisitore rimprovera al Cristo di aver predicato una religione troppo ardua ed esigente per essere intesa dai semplici. Non vi fosse stata la Chiesa, dice il giudice, coi suoi doviziosi apparati liturgici, a tradurre la divina verità nel linguaggio terreno, fatto di miracoli, feste e prodigi, essa sarebbe rimasta appannaggio di pochi mistici, santi e teologi. Ora, anche i pittori simbolisti, né più né meno di papi, sacerdoti e inquisitori, si trovarono a dover incarnare in forme accessibili ai sensi un’estetica che si fondava sul principio paradossale di rappresentare l’invisibile.

Secondo la nota affermazione di Walter Pater, che riprendeva alcuni principî già espressi da Novalis e dalla scuola romantica, tutte le arti aspiravano naturalmente alla musica. E la ragione è che la musica, essendo la meno semantica fra le arti, si prestava meglio all’evocazione di quanto non facessero le altre. Sicché, il XIX secolo, se cominciò col rinunciare alle forme fredde e conchiuse dell’arte classica, finì col rifiutare la forma stessa, evocando le infinite nuances del chiaroscuro e il libero gioco delle linee.