Di libri inclassificabili, che sfuggono ai generi, che non sono narrativa in senso stretto né pura saggistica pur essendo entrambe le cose, è pieno il mondo. Dunque, dire che Diario della guerra al maiale di Adolfo Bioy Casares (nuova traduzione di Francesca Lazzarato, Sur, pp. 221, € 18,00) è un romanzo inclassificabile, come è stato detto molte volte, rendendo questa affermazione la chiave di tutto, è un’ovvietà. Si potrebbe perfino dire che i veri libri, quelli che si impongono sugli altri e val la pena di leggere, quelli destinati a restare, sono proprio gli inclassificabili: un genere a sé. In fondo finanche il libro in sé è un oggetto mutevole e inclassificabile, malgrado la sua manifestazione fisica cui tendiamo ad associarlo – un blocco di fogli stampati – non sia che un espediente semplice ma ingegnoso per renderlo fruibile, maneggevole, conservabile.
Se solo ci spostiamo al suo fratello gemello, il quaderno, l’ovvietà delle apparenze mostra qualche crepa. Il fatto stesso di definirlo un libro potenziale è problematico. Prendiamo per esempio l’uso che spesso se ne fa, quello di ricettacolo di appunti che a volte possono prendere forma compiuta, fermo restando che l’idea di diario compiuto è un’assurdità, una contraddizione in termini. Fino a che punto o, meglio, a partire da quando un diario può dirsi un libro?







