Luis Goytisolo era rinchiuso in un carcere franchista quando cominciò a scrivere Recuentos (Seix Barral 1973), primo volume dell’ambiziosa quadrilogia che segna il suo passaggio dal realismo sociale degli esordi a un audace sperimentalismo, in cui confluiscono elementi autobiografici, deliri sensuali, riflessioni sulla scrittura, frammenti e aforismi che si incastrano l’uno nell’altro. Gli unici materiali che aveva a disposizione erano una matita e la carta igienica, e molti anni dopo, rievocando quei quattro mesi da prigioniero politico («Essere antifranchisti, allora, significava essere comunisti, perché soltanto loro si opponevano davvero alla dittatura») Goytisolo racconterà che la cella era priva di mobili, perciò doveva appoggiare sul pavimento quei foglietti che, fatti uscire clandestinamente dal penitenziario di Carabanchel, avrebbero inaugurato l’ imponente Antagonía, conclusa nel 1981 da Teoría del conocimiento, a metà fra narrativa e saggio.

SCOMPARSO POCHI GIORNI FA a novantun’anni nella sua casa di Vimbodì, il paesetto della Catalogna rurale dove si era ritirato, Goytisolo si era allontanato già negli anni Sessanta dal Pce, deluso come molti dalle politiche di Santiago Carrillo, ma non aveva mai smentito una tenace vocazione anticonformista, né smesso di burlarsi della morale corrente o di riflettere sulla società, la politica e la cultura del suo Paese, rinnovandosi a ogni libro e affrontando linguaggi diversi come il cinema o la televisione (non a caso il suo discorso di ingresso alla Real Academia, avvenuto nel 1994, riguardava l’impatto delle immagini sulla narrativa contemporanea).