«Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto». Così si apre Flashlight (traduzione, efficace e scorrevole, di Stefano Bortolussi, Mondadori, pp. 540, euro 24,00), sesto romanzo di Susan Choi, una delle voci più complesse e convincenti, insieme a Viet Thanh ‘Nguyen, della letteratura asiatico-americana.

Nel prosieguo della scena, il padre confessa a Louisa, incredula, di non aver mai imparato a nuotare, e le dice che un giorno sarà grata alla madre per averglielo insegnato. Sono le sue ultime parole, o le ultime che la figlia ricorderà. Diverse ore dopo Louisa sarà ritrovata sul bagnasciuga in preda a un attacco di ipotermia. Ai suoi piedi, una torcia; del padre, nessuna traccia. Si ipotizza che sia annegato: se si sia stato un suicidio o l’effetto di un’onda anomala, non è dato sapere.

Da questo tragico evento ha inizio il romanzo, che in tutta la prima metà ricostruisce la vita di Louisa, ma soprattutto dei genitori: il padre, Serk, nato in Corea e cresciuto in Giappone durante la guerra, resta è diviso tra le sue due nazionalità fino a quando non decide di trasferirsi negli Stati Uniti per completare gli studi e costruirsi una carriera come insegnante sul suolo americano, nell’illusione di poter prendere le distanze dalle sue origini; la madre, Anne, rimasta incinta a diciannove anni di un figlio che le è stato portato via, e del quale soffre a lungo l’assenza, lo ritrova solo dopo il matrimonio con Serk e la nascita di Louisa.