“Ho comprato anche la moto, usata ma tenuta bene”. Se fosse letteratura, sarebbe un incipit grandioso. Gli anni 80 sono appena finiti, Luca Carboni ha alle spalle milioni di copie vendute, i consigli del “signor Lucio Dalla” (così lo chiamava suo padre Giovanni), le ragazzine innamorate davanti alla porta di casa, mamma Franca che s’intenerisce e allora le lascia entrare. Ci sono già, nella sua giovane storia artistica, le persone silenziose, i vetri spaccati, gli autobus di notte, un mucchio di peccati e cento chili di cielo, ma nel 1992 arriva Carboni, il nuovo disco, e la vittoria al Festivalbar, pochi mesi dopo, che battezza Mare mare canzone dell’estate. Un’estate mai finita. Le mani giunte per dire grazie, la zeta che sibila, la canotta bianca: è sempre Luca, ma in un’età più adulta, già da qualche parte nostalgica.
A che punto della vita era, quando è uscita Mare mare?
“Avevo trent’anni, anche se in realtà la musica l’avevo scritta un paio di anni prima, quando con un po’ di amici ci eravamo trovati a passare un ultimo dell’anno a Capoliveri, Isola d’Elba, in mezzo al Tirreno. Mi ero portato la chitarra e un pomeriggio, suonando, era venuto fuori di getto questo riff un po’ latino che mi sembrava molto forte, diverso da quello che avevo scritto fino a quel momento. Ho intuito che sarebbe stato bellissimo con il suono della tromba, infatti poi con il timbro di Mauro Malavasi, produttore dell’album ma anche trombettista, è diventato quell’intro così particolare, e riconoscibile. Lo stesso giro di accordi si è poi trasformato nella strofa, con la voce che canticchiava Olé, tengo ritmo, prendo un caffè”.








