VENEZIA - A prendere la parola ora sono direttamente i ragazzi. Gli stessi che lo scorso 12 settembre sono stati sanzionati per aver giocato a calcio nell’area delle ex Conterie a Murano; gli unici finora a non aver preso parte al dibattito che da settimane infiamma la città. Se ora rompono il silenzio, è grazie al progetto ideato dalla loro professoressa di italiano, che ha pensato di trasformare questa vicenda, e la loro rabbia, in una lezione di educazione civica.

Il progetto Tutto nasce tra i banchi della scuola media Vivarini, guidata dalla professoressa Deborah Morfino. «Insegno italiano in una seconda – racconta l’insegnante – e più della metà degli studenti di quella classe, circa 10 su 18, era presente quel pomeriggio. Quando sono arrivate le multe, a scuola non si parlava d’altro: erano arrabbiati, frustrati, delusi. Allora ho pensato di trasformare quella rabbia in un progetto educativo». In aula i ragazzi hanno prima studiato il regolamento comunale, discusso insieme su cosa prevede e su come ci si possa muovere per chiedere dei cambiamenti. «Poi ho chiesto a ognuno di loro di scrivere una lettera aperta da consegnare al sindaco il 2 ottobre, quando verrà a Murano per incontrare i loro genitori», aggiunge. L’obiettivo è semplice: insegnare ai ragazzi a non fare polemica sterile, ma cittadinanza attiva. Le lettere Le lettere, tutte scritte a mano su dei fogli di carta, sono semplici e dirette, e forse anche per questo tanto incisive. Dietro c’è la rabbia di chi non ha capito fino in fondo perché sia stato trattato come un responsabile di un’infrazione. E c’è la voglia di far sentire che a Murano i ragazzi ci sono, ma non trovano spazi. «A noi piacerebbe molto avere luoghi dove poterci divertire senza rischiare denunce – scrive uno di loro –. L’anno scorso, nel campo delle Conterie, si allenavano i calciatori del Venezia. Perché loro sì e noi no?». Un’altra lettera dice: «Io penso che certi posti assegnati per giocare non sono adatti, come campo San Bernardo, perché ci sono gli anziani seduti sulle panchine che rischiano di essere colpiti e i plateatici dei bar occupano tutto. Non è giusto che ci caccino da lì se non ci danno alternative». C’è chi racconta anche il lato più duro dell’incontro con i carabinieri: «Una cosa che mi ha molto infastidito è stato che il mio amico voleva chiamare i suoi genitori ma il carabiniere gliel’ha impedito. Ci hanno trattato come se fossimo criminali». Altri hanno provato a mettere nero su bianco soluzioni pratiche: «Bisognerebbe rivedere i luoghi in cui i ragazzi possono giocare a pallone, aggiungendo campo Pino Signoretto e il sottoportico della pescheria in calle del Convento, e anche alzare il limite d’età per giocare a pallone». Il limite d’età rimane infatti un tarlo per i giovani: «Vorrei che il limite di età per giocare a pallone fosse portato almeno 15 anni». Quelle che potrebbero essere le conseguenze del vietare il gioco poi, le conoscono bene: «Purtroppo le persone, anziane e non, sono intolleranti con noi bambini. Ma se ci tolgono gli spazi, poi non lamentatevi se stiamo davanti al cellulare tutto il giorno». Il progetto è stato, infine, anche una lezione di italiano. «Saper parlare è importante – conclude Morfino – ma se non imparano a scrivere e a curare la forma e le parole, nella vita non andranno lontano». La docente mette poi un esempio sul tavolo: «Alla Scuola Grande di San Marco una soluzione si è trovata: hanno installato dei pannelli protettivi per preservare i muri e al tempo stesso permettere ai ragazzi di giocare con la palla. Questo significa trovare una chiave».Il sindaco Anche il sindaco Luigi Brugnaro ieri ha avanzato qualche ipotesi: «Potremmo pensare a fissare degli orari in cui si possa giocare anche in altri luoghi della città, e magari se qualche genitore volesse prendersi la concessione o la responsabilità di seguire i ragazzi, anche questa sarebbe un’opzione. Certo, il problema è che nessuno vuole mai caricarsi responsabilità in più». Il limite d’età fissato a 11 anni poi, sembra non convincere nemmeno il primo cittadino: «Io ho cinque figli, di cui uno di 10 e uno di 12 anni – spiega – Figuriamoci se il più piccolo si mette a giocare a calcio e l’altro non lo segue perché è più grande. È assurdo».