Giustizia

Giovanni M. Jacobazzi

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L’inchiesta per corruzione contro i vertici dell’Eni, ad iniziare dall’amministratore delegato Claudio Descalzi, venne condotta in maniera corretta dai pm milanesi. Lo ha stabilito questa settimana la Cassazione che ha annullato la condanna per “omissione di atti d’ufficio” nei confronti dell’ex procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro.

Alla fine, l’unico condannato degli illustri magistrati milanesi indagati dalla Procura di Brescia è stato Piercamillo Davigo per avere fatto circolare i verbali delle dichiarazioni rese dall’avvocato siciliano Piero Amara sulla inesistente Loggia Ungheria. L’inflessibilità dimostrata dalla Cassazione con Davigo, che ne dichiarò inammissibile anche il ricorso straordinario, è infatti venuta clamorosamente a mancare con De Pasquale, l’altro campione di Mani pulite, condannato a Brescia insieme a Spadaro in primo grado e in appello, con una “doppia conforme”, per una impressionante serie di omissioni in atti di ufficio. Per i magistrati bresciani, i due non avevano depositato in dibattimento numerosi atti utili alle difese degli imputati, alcuni trasmessigli dal collega Paolo Storari e altri sollecitati dagli stessi difensori. In attesa di leggere le motivazioni, da quanto riportato dal ben informato Corriere, la sesta sezione della Cassazione (presidente Gaetano De Amicis, relatore Pietro Silvestri) avrebbe accolto le istanze dei difensori e, soprattutto, quella del sostituto procuratore generale Cristina Marzagalli, la quale ha sostenuto che “non c’è stato alcun rifiuto e son state effettuate scelte fondate”. In particolare, “la condotta dei due magistrati è stata tutt’altra che inerte e omissiva”. Inoltre, “l’oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c’è una norma che imponga il deposito in quella fase”.