Una lingua d’asfalto s’incunea tra le montagne aspre e pietrose del Montenegro. S’infila nei tunnel, supera una ventina di ponti, costeggia gole, dighe, impianti idroelettrici. Segue il percorso del fiume Morača dalla cittadina di Kolašin, nel centro del Paese, fino alla capitale Podgorica. I 41 chilometri della A-1, la prima autostrada del Montenegro, finanziata dalla Cina e ora caricata in parte sul groppone dell’Unione europea, sono in qualche modo lo specchio di questo piccolo Paese balcanico affacciato sul Mar Adriatico, che conta solo 620mila abitanti e si candida a essere il prossimo Stato membro dell’Ue, il primo dopo dodici anni dall’ultima entrata. Era il 2013 e a fare l’ingresso nel club stellato fu la Croazia. Sembra un’epoca fa. I ricordi della crisi dell’euro erano caldi e il lussemburghese Jean Claude Juncker, allora al vertice della Commissione, subito dopo l’ingresso di Zagabria nell’Ue si affrettò a spegnere gli entusiasmi: nessun allargamento a Est durante il suo mandato. Troppi rischi, troppe differenze da colmare tra i Paesi balcanici e i membri storici del blocco.Oggi che sembra un altro mondo, con la tedesca Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea e l’invasione russa dell’Ucraina che ha modificato radicalmente l’agenda politica di Bruxelles, l’ampliamento dell’Ue verso Est per le cancellerie del Vecchio Continente è diventata più che un’opzione. Per alcuni un imperativo geopolitico. Il passo necessario per mettere in sicurezza il Vecchio Continente e limitare le minacce che arrivano da Oriente. Su questa linea di pensiero la Commissione ha già annunciato un piano di investimenti per i Balcani Occidentali pari a 6 miliardi di euro, di cui 4 miliardi in prestiti e 2 miliardi in donazioni.Dei dieci Stati che aspirano a entrare in Ue – Ucraina, Moldavia, Georgia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Kosovo, Macedonia del Nord, Albania, Turchia – Podgorica è quella piazzata meglio. Grande come l’Alto Adige, già membro della Nato, utilizzatore dell’euro dal 2002 (adottato in via unilaterale), il Montenegro è considerato un boccone facile da digerire per i Ventisette. È già stato coniato lo slogan: «28 by 28», il ventottesimo Stato membro dell’Ue entro il 2028. «Ad ogni allargamento, chi temeva che avrebbe indebolito l’Unione è stato smentito. L’allargamento ci ha reso più forti», ha dichiarato Marta Kos, Commissaria europea per l’allargamento, parlando dell’entrata del Montenegro, repubblica nata separandosi dalla Serbia nel 2006, in seguito a un referendum passato per pochi voti (55%). Il senso geopolitico della faccenda lo ha espresso in maniera chiara Milojko Spajić, premier montenegrino classe 1987, un passato da analista a Wall Street. È a capo di un governo di centro destra dal 2023. A Podgorica, di fronte a L’Espresso e a una serie di testate internazionali, ha dichiarato che l’entrata nel blocco del suo Paese «è un messaggio di speranza per tutti i Paesi candidati e penso che sia una narrazione che l’Ue vuole proiettare. L’Ue deve diventare un attore geopolitico e non lasciare i Balcani come ventre molle d’Europa in pasto ad altri attori».In un centro commerciale di Podgorica incontriamo Milic, 40 anni, architetto, padre di due figli. Dice che lui, «se davvero il Montenegro entrerà nell’Ue», sarebbe contento perché «diventeremmo parte di una comunità più grande, saremo più sicuri e avremo maggiori opportunità. Ma dall’altro lato temo che avremo più restrizioni». L’Ue a ottobre dell’anno scorso ha messo a disposizione del Montenegro 383,5 milioni di euro, in donazioni e prestiti a tassi favorevoli, se il Paese entrerà nel blocco. Il processo di adesione all’Ue consiste nell’allineamento della normativa nazionale a quella europea. L’iter è suddiviso per capitoli. Finora il Montenegro ha avviato tutti e 33 i capitoli negoziali e ne ha chiusi una quindicina, tra cui quello sulle gare d’appalto. Il libero mercato, caposaldo ideologico dell’Ue, riporta a uno dei paradossi del matrimonio tra Bruxelles e Podgorica: l’autostrada A1, la lingua d’asfalto di 41 chilometri che collega la capitale montenegrina alla cittadina di Kolašin. Secondo il piano originale firmato nel 2014, quando Bruxelles non aveva minimamente in testa l’allargamento a Est e a capo del Montenegro c’era Milo Đukanović, la parte attualmente attiva della A1 doveva rappresentare la prima tratta di un’autostrada lunga in totale 163 chilometri, pensata per collegare la città portuale montenegrina di Bar con la vicina Serbia. Un progetto che puntava a trasformare il Paese in un polo di trasporto per l’intera regione, collegando i Balcani interni con il mare. Il primo tratto della A1 è stato finanziato dalla Cina, nello specifico dalla Export-Import Bank of China (Cexim), ed è stato costruito dalla China Road and Bridge Corporation (Crbc). Quando la notizia iniziò a circolare, in un attimo divamparono le polemiche per un’operazione descritta da molti come una trappola per Podgorica.La costruzione dell’autostrada era infatti vincolata a un prestito cinese di 900 milioni di euro. Troppo, secondo molti osservatori: il Dipartimento di Stato americano, in una relazione dedicata all’influenza della Cina nei Balcani occidentali, osservò come Pechino possedesse così circa il 40 per cento del debito estero del Montenegro, la percentuale più alta dei Paesi membri della Nato. Nel luglio 2021, alla scadenza della prima rata, alcuni ipotizzarono un default del Paese.A quattro anni di distanza le cose sono molto cambiate. Dei 900 milioni di euro totali, 300 milioni sono stati ripagati. La paura principale era che i tassi d’interesse diventassero insostenibili per Podgorica, il cui governo dell’epoca aveva messo a garanzia del prestito ricevuto alcune infrastrutture importanti del Paese. Per uscire dall’empasse, Spajić (che prima di diventare premier era ministro delle Finanze) ha fatto due mosse rilevanti.Da un lato, grazie all’aiuto di alcune istituzioni finanziarie europee ha ridotto il rischio sul debito nei confronti della Cina con un’operazione di hedging (copertura) che ha portato il tasso d’interesse dall’originale 2% a un più contenuto 1,46%. Dall’altro lato non sono stati più chiesti prestiti a Pechino, mentre è invece aumentata di molto l’esposizione debitoria nei confronti dell’Ue: oggi si aggira tra 2,5 e 3 miliardi di euro, pari a circa la metà del debito pubblico complessivo del Paese. Insomma, nel giro di quattro anni Podgorica è passata dall’essere molto indebitata con la Cina ad esserlo ancora di più con l’Unione europea, la quale sta finanziando tra le tante cose anche il prolungamento dell’autostrada A1, per trasformarla nella cintura di collegamento tra l’Adriatico e la Serbia.L’ultima tranche di aiuti è arrivata prima delle vacanze della scorsa estate. L’ambasciatore dell’Ue in Montenegro, l’austriaco Johann Sattler, intervistato da L’Espresso ha ricordato l’importanza di quel momento: «Il più grande finanziamento a fondo perduto dato al Montenegro, 150 milioni di soldi dei contribuenti dell’Ue, per realizzare il più grande progetto autostradale del Paese, che collegherà Montenegro e Serbia. Quando ho firmato mi tremava la mano».Ma c’è un aspetto paradossale in questa storia. Nonostante il generoso investimento europeo, alla fine a costruire il resto dell’autostrada saranno ancora aziende non Ue. A febbraio scorso, infatti, il governo di Podgorica ha firmato il contratto con il vincitore della gara per realizzare il secondo tratto dell’infrastruttura, 22 chilometri da Matesevo ad Andrijevica.L’opera – finanziata per 150 milioni di euro dall’Ue a fondo perduto, per altri 200 milioni dalla Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) a tasso agevolato e per il resto messo dal Montenegro – verrà realizzata dal consorzio formato dalle cinesi PowerChina, Stecol e Pccd. A queste tre aziende è andato l’appalto da 693 milioni di euro. Motivo della scelta? Hanno offerto il prezzo più basso. In gara c’erano altri due consorzi d’imprese, nessuno dei due europeo.