La Spezia – «Non esistono margini di discrezionalità. Se l’utilizzo di un dispositivo viene notato pubblicamente, durante la prova di maturità, le commissioni sono tenute a verbalizzarlo e a procedere con la sanzione di legge, che è l’esclusione dall’esame». Nessuna dichiarazione ufficiale, perché i verbali di commissione sono coperti da segreto d'ufficio, ma il mondo della scuola è compatto. Può solo allargare le braccia, di fronte a una regola che è «chiarissima e senza appello». «Non esistono margini di ripensamento, perché la legge non ne permette». Dovrà rifare l’anno, il giovane trovato a utilizzare il cellulare in classe (la notizia), in un istituto superiore spezzino, durante la seconda prova scritta. Non è del resto il primo caso in assoluto. Qualche precedente c’è stato. Fra quelli venuti alla luce, gli ultimi sono quelli di Pisa, tre anni fa. E di Sulmona. E di Terni, lo scorso anno. Ma già nove anni fa, ad Ascoli Piceno, una commissione aveva annullato la prova di matematica di un ragazzo, perché l’aveva visto utilizzare un telefonino. In termini di giurisprudenza, è uscita di recente una sentenza che ha messo in chiaro ogni dettaglio. È quella che ha riguardato una studentessa umbra, alla quale nel giugno 2025, alla maturità, era stato trovato un cellulare. A caldo, il Tar le aveva concesso di proseguire le prove, ferma restando l’attesa dell’udienza di merito. La giovane era andata avanti dunque con riserva, aveva affrontato anche l’orale, ed era stata promossa con 81/100: ma il Tar stesso aveva poi annullato la validità dell’esame. Ed il Consiglio di Stato aveva poi azzerato definitivamente la sua prova, con la sentenza 7341 del 16 settembre 2025, considerata ora un riferimento certo. La ragazza umbra aveva anche dato delle motivazioni personali, aveva spiegato in aula di «avere tenuto uno dei suoi due cellulari, perché soffre di attacchi di ansia, e il fatto di avere un dispositivo con sé era un elemento di rassicurazione». Ed aveva anche prodotto il certificato medico redatto da uno psicologo. Il Consiglio di Stato ha precisato però che «l’indebito utilizzo del cellulare durante la prova di italiano risultava incontrovertibilmente confermato dal verbale della commissione di esame» e che «comunque non è rilevante la prova che l’utilizzo del cellulare si sia rivelato concretamente idoneo a favorire il singolo candidato». Non si può fare e basta. Irrilevanti sono stati definiti anche gli stati d’ansia «che nella prospettiva della ricorrente avrebbero reso necessaria la presenza di un secondo cellulare per consentire un contatto diretto tra la studentessa e la madre». La famiglia, hanno scritto i giudici, «non aveva mai rappresentato alla scuola la patologia psichica, né durante l’anno scolastico né prima dell’inizio della prova». Si è anche chiarito il punto del concreto “utilizzo” del cellulare. La studentessa ha detto che «il mero “maneggiamento” di un cellulare è tutt’altra cosa rispetto al suo utilizzo vero e proprio». La Corte ha risposto che «la pretesa di tracciare una labile linea di distinzione tra utilizzo e mero “maneggiamento” del cellulare, oltre a basarsi su premesse logiche poco persuasive – si infrange comunque sul dato del verbale, che attesta l’effettivo utilizzo del dispositivo mobile». Soprattutto, i giudici sono intervenuti sul principio di proporzionalità fra l’infrazione e la sanzione. «La condotta complessivamente tenuta dalla candidata - hanno scritto - disvela un evidente “animus decipiendi”, l’intenzione di ingannare, non potendosi qualificare diversamente la scelta della studentessa di consegnare inizialmente il primo cellulare alla commissione e di trattenerne invece uno per sé all’insaputa di tutti. D’altro canto, «l’esclusione dall’esame appare essere l’unica possibile conseguenza sanzionatoria realmente dissuasiva e rieducativa che possa essere adottata a fronte di un illecito di tal fatta realizzato il giorno stesso dell’esame e non durante l’anno scolastico». Non bastassero tutti i riferimenti normativi, il ministero ha ribadito il concetto nei giorni precedenti la prova, e ha riaffermato il nesso rigoroso fra utilizzo di un dispositivo ed espulsione. Detto questo, il mondo social è diviso fra chi sostiene che «si è sempre copiato» e chi invece condivide il giro di vite. Molti, ormai adulti, ricordano di essersi «portati dietro i bigliettini a fisarmonica, con gli appunti, e di avere scritto a matita, in minuscola calligrafia, intere pagine di dati, poi copiati all’esame». C’è chi, ormai sulla trentina, afferma di aver «copiato integralmente la versione dal telefonino, nascosto in bagno, e di averla passata a tutti». In tutto questo dibattito, c’è chi - da genitore - si rivolge con parole pacate al ragazzo o alla ragazza che dovrà rifare la prova, preoccupato per l’effetto che la vicenda potrebbe generare, in caso di fragilità. «Gli errori servono a crescere - scrive una mamma - e non certamente a rinunciare a studiare o a lasciarsi andare. Hai sbagliato. Ne devi rispondere. Non è un dramma, è la vita. Una bocciatura può essere una opportunità. Ricorda sempre che un anno perso alla tua età non è nulla. È soltanto una parentesi, sulla quale costruire una maturità nuova».