La storia di Paolo, un barista di Agrigento costretto a fare due lavori e accettare pratiche illegali di sfruttamento per vivere, anzi sopravvivere con tre figli, uno dei quali disabile. Il grido di sua moglie: “Stipendi da fame, i giovani fanno bene a non lavorare e ribellarsi”.
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C’è una narrazione che ogni anno si impone allo scoccare dell’estate: quella dei "poveri imprenditori", spesso gestori di attività di ristorazione, che – nonostante lo cercassero disperatamente – non riescono a trovare personale. La ragione? Le persone non hanno più voglia di lavorare e fare sacrifici, soprattutto i giovani, troppo interessati al divertimento e poco avvezzi alle sveglie all’alba, ai turni e alla fatica. Così dicono, tra un appello e l'altro sui giornali contro i "fannulloni". E poi c'è la realtà. Quella fatta di buste paga truccate, lavoro nero, ricatti occupazionali e padri (o madri) di famiglia costretti a turni massacranti per riuscire letteralmente a mettere insieme il pranzo con la cena. A smontare la retorica dei "fannulloni" ci pensa Patrizia (nome di fantasia), una donna di Agrigento che a Fanpage.it ha deciso di raccontare la via crucis quotidiana di suo marito Paolo. Paolo non è un novellino: lavora nel settore della ristorazione – in bar e pasticcerie della città siciliana – da oltre trent'anni e oggi è in un frequentatissimo locale del centro.






