L’inflazione torna a mordere. A maggio negli Usa raggiunge il 4,2% e nell’eurozona il 3,2%. La causa principale viene ricondotta alle guerre mediorientali. Molti analisti sostengono che con la pace, piuttosto precaria, tra Usa e Iran il fenomeno si dovrebbe ridimensionare. Ma le ragioni di un’inflazione tendenzialmente elevata (negli Usa supera il doppio del target della banca centrale) non sono riducibili all’ultima guerra in ordine cronologico, ma vanno ricondotte al ritorno più generale di una geopolitica aspra e muscolare, di cui l’ultimo conflitto rappresenta solo la punta dell’iceberg, insieme al conflitto russo-ucraino che sembra addirittura intensificarsi.

Il conflitto è militare, ma riguarda anche le tensioni sui dazi, i tentativi di rilocalizzazione delle produzioni, quello su risorse energetiche e materie prime, la ricostruzione di un dominio nazionale su imprese ritenute strategiche. Segno di un ritrovato ruolo di Stato e politica nella gestione delle rispettive economie nazionali. Ragioni strutturali, dunque, che spingono verso l’alto costi e prezzi e che non potranno esser risolti con la fine di uno dei conflitti se permane un quadro di instabilità generalizzata. E che il problema sia strutturale lo dimostra nelle ultime due settimane il fatto che la Fed a guida di un nuovo presidente trumpiano non abbassa i tassi di interesse, nonostante pressioni e insulti ricevuti dal predecessore. E addirittura che in Europa la Bce decida di aumentare di 25 punti base il tasso d’interesse. Una scelta che se da un lato segnala preoccupazione per il fenomeno inflattivo, cercando di mettere al riparo la stessa Bce dalle accuse ricevute nel 2023 di essersi attardata nella scelta di raffreddare l’economia, favorendo l’esplosione dei prezzi, rivela anche una precisa opzione politica: privilegiare la stabilità monetaria rispetto alla crescita economica.