Per oltre sessant’anni, all’imbrunire, gli Angelinos hanno avuto un appuntamento fisso e incrollabile con l’anima più profonda e segreta della città. Mentre il sole calava inesorabilmente dietro le silhouette delle palme velate dallo smog, tingendo il cielo di un iconico arancio bruciato e denso, migliaia di mani si allungavano contemporaneamente verso il cruscotto cromato di una Chevrolet Impala del ’64 o di una Ford Galaxie per alzare il volume della radio.

L’appuntamento era con il buon vecchio Art Laboe e i suoi dischi straordinari: un rito laico e collettivo che trasformava l’abitacolo di un’automobile nel confessionale privato di un intero popolo. Laboe non era Chicano e non era un attivista politico in senso stretto. Eppure, armato solo di un microfono e della sua voce è diventato il collante sociale di una comunità che la storia ufficiale dell’America bianca preferiva silenziare e relegare ai margini.

Fino all’estate atroce della Seconda Guerra Mondiale, la generazione dei padri di chi avrebbe poi «cruisato» lentamente su Whittier Boulevard, era stata quella dei Pachucos: giovani messicano-americani che si erano forgiati un’identità ibrida e altera, vestendo con orgoglio l’iconico zoot suit (giacca lunghissima dalle spalle imbottite, pantaloni a vita altissima e caviglia stretta), parlando il gergo bilingue Calóm e ingellandosi il ciuffo.