Finirà alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la storia degli ex lavoratori distaccati presso il consiglio regionale condannati a restituire parte delle indennità ricevute per effetto di una legge dichiarata incostituzionale. Lo annunciano gli stessi ex lavoratori all’indomani della sentenza emessa dalla Corte di Cassazione che ha rigettato il ricorso dei dipendenti. «Siamo pronti a rivolgerci alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo perché riteniamo che questa vicenda non possa essere valutata soltanto sotto il profilo contabile. Dietro i numeri ci sono persone che per anni hanno percepito quelle somme in buona fede, sulla base di atti adottati dalla pubblica amministrazione», sono queste le parole piene di amarezza dette dai lavoratori che hanno lavorato in posizione di distacco presso il consiglio regionale.
In trenta pagine i giudice della Sezione Lavoro hanno messo la parola fine alle speranze di questi lavoratori e i giudici hanno rigettato il ricorso confermando il diritto della Regione a recuperare le somme erogate negli anni a titolo di trattamento economico accessorio, poi ritenute indebite a seguito della dichiarazione di incostituzionalità delle norme regionali che le avevano previste. La vicenda che oggi attanaglia oltre cento lavoratori affonda le radici in una legge regionale che per circa venticinque anni ha riconosciuto un'indennità specifica ai dipendenti comandati o distaccati presso il consiglio regionale. Poi la Regione ha deciso di abrogare questa norma, e dopo vari iter giudiziari i lavoratori si sono trovati costretti a restituire le somme percepite nel corso degli anni in forza di una legge vigente e correttamente applicata dall'amministrazione ma successivamente considerate indebite e quindi da restituire. La Consulta Da qui una battaglia giudiziaria che va avanti da quasi otto anni. Tutto è cominciato con la sentenza 146 del 2019 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittime alcune disposizioni regionali che istituivano fondi destinati a finanziare trattamenti economici aggiuntivi per il personale impegnato nelle attività di assistenza agli organi istituzionali. Da quel momento in poi, la Regione ha avviato le procedure per recuperare le somme ritenute indebitamente corrisposte. La Cassazione ha ora confermato che quei pagamenti possono essere richiesti indietro ai dipendenti che li hanno percepiti, respingendo le argomentazioni fondate sul legittimo affidamento, sull'arricchimento senza causa e sulla validità delle successive norme nazionali che, secondo i ricorrenti, avrebbero dovuto sanare retroattivamente la situazione. Le somme da restituire sono di diversa entità ma per alcuni tra dipendenti ancora in servizio e altri a riposo arrivano a superare anche i 70mila euro. Una somma che, nonostante la possibilità di poterle dilazionare in sette anni, potrebbe mettere in seria difficoltà la gestione di famiglie monoreddito o di lavoratori ormai in pensione. Molti raccontano di aver costruito la propria vita su stipendi ritenuti regolari. Mutui accesi, figli all'università, spese affrontate con la convinzione che quei compensi fossero parte integrante della retribuzione. Oggi, a distanza di anni, il passato torna a bussare alla porta sotto forma di richieste di restituzione che in alcuni casi possono raggiungere importi molto elevati. La rabbia La paura non è soltanto economica. È la sensazione di trovarsi improvvisamente sospesi tra ciò che era considerato legittimo ieri e ciò che oggi viene dichiarato indebito. Un confine sottile che, per molti, rischia di trasformarsi in una tragedia. «Non siamo - spiegano i lavoratori – tra i primi ad essere direttamente interessati da questa sentenza della Cassazione, ma sappiamo che a breve arriveranno anche le decisioni che riguardano altri nella nostra stessa condizione e siamo consapevoli che difficilmente l'orientamento dei giudici si discosterà da quello appena espresso. È proprio questo che ci spaventa. Se le prossime pronunce confermeranno questa linea, per alcuni colleghi significherebbe vedere compromesso l'equilibrio economico costruito in una vita di lavoro; per altri il rischio concreto è quello di scivolare in condizioni di forte disagio sociale, tanti vedranno sfumare la liquidazione per risarcire questo debito». I lavoratori non chiedino «privilegi né sanatorie» ma che venga riconosciuto «il principio del legittimo affidamento di lavoratori che hanno semplicemente svolto il proprio dovere e ricevuto quanto l'amministrazione riteneva dovuto. Per questo siamo pronti a proseguire la nostra battaglia anche davanti ai giudici europei».















