Gestire la convivenza con chi arriva dall’estero per trovare lavoro o fuggire dalla povertà continua ad essere una delle principali preoccupazioni dei governi europei. Un esempio è la Svezia, in passato all’avanguardia nell’inserimento degli stranieri e più recentemente sostenitrice di una linea restrittiva. «Chiunque non si impegni a fare la cosa giusta non dovrebbe poter contare sul fatto di restare», ha detto il ministro dell’Immigrazione Johan Forssell proponendo la legge sulla «buona condotta» approvata il 15 giugno dal Parlamento. «Sarà possibile — si legge — rifiutare o ritirare un permesso di soggiorno in caso di comportamento scorretto, come il mancato rispetto delle leggi, delle regole e delle decisioni delle autorità, l’accumulo di debiti ingenti o il fatto di provvedere ai propri bisogni con mezzi disonesti».

Forssell — quarantasei anni, dirigente del Partito Moderato del primo ministro Ulf Kristersson, deputato dal 2010 , sopravvissuto politicamente alle rivelazioni sulla vicinanza del figlio a gruppi neo-nazisti («sono scioccato e inorridito», disse) — si è difeso dalle critiche affermando che le nuove disposizioni sono assolutamente necessarie. Amnesty International ha invece denunciato il tentativo di «creare un sistema che tratta differentemente le persone in funzione delle loro origine etnica». C’è però da rilevare che la legge sulla «buona condotta», presentata dal governo di centro-destra (appoggiato dall’esterno dai nazional-populisti Democratici Svedesi) è stata sostenuta anche da socialdemocratici e centristi.