Lunedì il parlamento svedese ha approvato una legge che obbliga gli uffici per l’immigrazione a valutare la cosiddetta «buona condotta» di una persona straniera prima di decidere se concedere o estendere un permesso di soggiorno, con l’obiettivo ultimo di facilitare le espulsioni. La misura però si basa su criteri vaghi e relativi a comportamenti che non sono necessariamente un reato, come l’uso di alcol o i ritardi nei pagamenti, e sta ricevendo molte critiche.
La legge entrerà in vigore il 13 luglio ma si applicherà anche ai permessi di residenza già approvati. Riguarderà solo i permessi basati su leggi nazionali, quindi principalmente quelli dati a persone non cittadine dell’Unione Europea per motivi di lavoro o di studio. Non riguarderà i cittadini europei, i rifugiati o i richiedenti asilo. Si inserisce in una serie di altre misure contro l’immigrazione approvate in Svezia negli ultimi anni e sostenute principalmente dai Democratici Svedesi, un partito di estrema destra il cui appoggio esterno è fondamentale per il governo conservatore di Ulf Kristersson.
Il governo l’ha giustificata sostenendo che serva a punire le persone straniere che commettono crimini o «si comportano male». Non ha chiarito però cosa questo voglia dire: ha usato termini vaghi e non ha spiegato quali comportamenti devono essere presi in considerazione. Non ha dato una lista completa ma si è limitato a fare alcuni esempi, dicendo che la legge potrebbe applicarsi alle persone che non pagano le tasse o i propri debiti, che sono legate a organizzazioni criminali o che incitano alla violenza, o che hanno comportamenti pericolosi a causa del consumo di alcol o droga.










