L'editoriale

Fabrizio Tassinari

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In un breve saggio di quarant’anni fa, Emmanuel Carrère osservava che l’ucronia – la storia alternativa, quella che sarebbe potuta avvenire – è guidata da una forma di insofferenza verso ciò che è inevitabile. È intollerabile che Napoleone sia stato sconfitto a Waterloo e confinato a Sant’Elena, e bisogna ribellarsi. Il 23 giugno segna il decimo anniversario del referendum sulla Brexit, quando il Regno Unito decise di lasciare l’Unione europea. È il momento giusto per questo tipo di esercizio.

Per capire come si arrivò a quel voto bisogna tornare indietro di almeno un altro decennio, all’apice di una certa idea d’Europa. Nel 2004, dieci nuovi Stati post-comunisti entravano nell’Unione nella più grande espansione della storia europea. L’euro era entrato in circolazione l’anno prima. Il sistema di Schengen apriva i confini che avevano separato popoli e alimentato secoli di guerre. Allargamento, euro, Schengen: per una generazione di europei, queste conquiste erano diventate così naturali da essere date per scontate. Furono il momento di massima ambizione dell’Europa e, col senno di poi, di massimo azzardo. La crisi finanziaria del 2008 rivelò la vulnerabilità di una moneta priva di unione fiscale e politica. L’allargamento ad Est si scontrò con l’agenda revanchista di Mosca, dalla Georgia del 2008 all’Ucraina del 2014. La libera circolazione alimentò trasformazioni demografiche, fino alle fallimentari Primavere arabe e alla crisi dei rifugiati del 2015.