Piove petrolio sulla regione di Mosca e i russi ora sanno che la guerra è arrivata a casa loro. Per strada ci sono pozzanghere nerastre, sui balconi patine di olio nero, i media hanno coniato l’espressione «pioggia di petrolio» e i residenti si chiedono: «L’aria sarà ancora buona da respirare?».
Succede a Kapotnya, appena fuori dalla capitale, dove ieri il tetto di una raffineria è saltato in seguito al più grande attacco di droni dall’inizio della guerra. Non di una delle parti, ma in generale. Il record precedente era del 24 marzo 2026: 948 droni russi sull’Ucraina. Nelle scorse 24 ore le forze armate di Kiev ne hanno lanciati 992, più 4 missili da crociera a lungo raggio e 10 bombe guidate. «Se Kiev brucia, brucerà anche Mosca» ha rivendicato Volodymyr Zelensky dopo l’attacco. E i leader europei lo appoggiano, del resto al G7 di Evian hanno inaugurato una nuova fase mediatica del conflitto, quella in cui l’Ucraina non sta più perdendo.
L’aggressività dei toni di Macron, Merz e Starmer contro la Russia è diventata direttamente proporzionale al successo degli attacchi ucraini. Consci del fatto che il trattato tra Mosca e Kiev sancirà gli equilibri strategici del Vecchio continente nel futuro prossimo, i tre ora sentono che è il momento di insistere. Ora arriverà la risposta russa, presumibilmente su Kiev, e poi di nuovo la rappresaglia ucraina. Fino a quando? Finché Putin non si fermerà, rispondono i tre insieme a molti altri.










