Poche settimane fa ha visto la luce il nuovo strumento europeo per finanziare l’installazione di parchi solari ed eolici. Il problema è che se prima non si raggiunge l’autonomia dal Dragone, si rischia di fare il gioco di Pechino. Ecco perché
I buoni propositi non sempre sono sinonimo di buoni risultati. E se qualche tassello non è al suo posto, qualche bullone un po’ lento, la catena di montaggio rischia di saltare. Succede in Europa, al tempo in cui il Vecchio continente ha finalmente preso coscienza del male oscuro che si cela dietro una eccessiva dipendenza dalla Cina. Industria, manifattura, rinnovabili, automotive, stanno sperimentando un lento, ma costante, risveglio. D’altronde, se un mercato dipende da un altro mercato, quello cinese nella fattispecie, il prezzo e la quantità è sempre imposto dal secondo. Per questo, al grido di made in Europe, e il Consiglio europeo odierno ne è la prova, l’Unione europea sta cercando di ritrovare se stessa, rimettendo la propria manifattura al centro del villaggio.
Fin qui, si diceva, i buoni propositi. Poi però c’è la pratica e qui l’Europa rischia di farsi del male con le proprie mani. Pochi mesi fa Bruxelles ha lanciato un fondo di investimento per le rinnovabili, il Green global bond, da una ventina di miliardi. L’obiettivo è quello di finanziare la green economy su scala continentale, anche e non solo per aumentare la produzione di elettricità da fonti pulite, ora che, nonostante l’accordo tra Stati Uniti e Iran e la conseguente riapertura dello stretto di Hormuz, petrolio e gas hanno ricominciato ad affluire, ma con il contagocce. In Italia, tanto per fare un esempio, secondo i calcoli della Confindustria ci sono ancora decine di GW installati ma o sprovvisti di autorizzazione o non allacciati alla rete.






