Come si misura lo stato dei diritti in un paese? Non esiste un unico indicatore, né un’unica scala. Un paese può ottenere un punteggio elevato su un indice internazionale e al tempo stesso bloccare sistematicamente le proposte di legge sui diritti in Parlamento. Questo è proprio quello che racconta l’ultimo report della fondazione Semia Fondo delle Donne, che fotografa una crescente distanza tra il riconoscimento formale dei diritti e la loro effettiva esigibilità.

Un lavoro pensato e scritto con un approccio femminista intersezionale, che considera le radici strutturali della disuguaglianza, mettendo in relazione patriarcato, razzismo, norme sessuali, violenza istituzionale e sfruttamento. Una prospettiva necessaria a fronte dell’aumento di politiche di deterrenza sui diritti: «In Europa l’offensiva antigender si coordina transnazionalmente con il supporto dei partiti di destra radicale e populista – dice il ricercatore Massimo Prearo, uno degli autori del report – colpendo le aree in cui la nostra ricerca rileva i maggiori blocchi istituzionali: diritti Lgbtqia+, salute sessuale e riproduttiva, educazione sessuo-affettiva ed educazione di genere».

In quasi tutte le aree analizzate attraverso gli indici comparativi prodotti da istituzioni e organismi europei, l’Italia si posiziona nella fascia medio-bassa dell’Europa occidentale, evidenziando ritardi nel riconoscimento dei diritti e nell’attuazione di politiche efficaci per garantirne l’accesso.