| 26 Maggio 2026 16:26 |
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Roma, 26 mag. (askanews) – In Italia il blocco dei diritti non nasce dall’assenza di consenso sociale. Al contrario, uno dei dati più significativi emersi dal nuovo report di Semia Fondo delle Donne, Cittadinanze sospese. Indagine tra riconoscimento formale ed esercizio dei diritti in Italia, mostra un ampio sostegno dell’opinione pubblica verso molte aree di diritto che il sistema politico, però, non riesce a tradurre in norme effettive e accessibili.
Ne emerge un quadro profondamente contraddittorio: mentre una larga parte della popolazione si dichiara favorevole all’uguaglianza di genere, alla libertà delle persone LGBTQIA+ e alla legalità dell’interruzione volontaria di gravidanza, il sistema istituzionale fatica a trasformare questi orientamenti in politiche e in diritti concreti.
I dati sull’IVG ne sono un esempio evidente. Oltre il 70% della popolazione italiana sostiene la legalità dell’interruzione volontaria di gravidanza – una quota ben superiore alla media mondiale del 56% – ma la legge 194/1978 si deteriora nei fatti senza alcun aggiornamento normativo. Alle crescenti percentuali di medici obiettori (57,1%), anestesisti (35,1%) e altro personale sanitario (30,9%) si aggiunge il fatto che, su 540 strutture autorizzate con reparto di ostetricia e ginecologia, quasi il 40% non eroga il servizio. Il risultato è una mobilità sanitaria forzata: nel 2023, 3.451 donne hanno dovuto spostarsi fuori dalla propria regione per accedere all’IVG; il 26,4% proveniva dalla Basilicata, il 14,2% dal Molise e il 13,9% dall’Umbria. Inoltre, soltanto quattro regioni hanno recepito le linee guida sulla deospedalizzazione dell’IVG farmacologica, mentre i contraccettivi continuano a non ricevere una copertura economica estesa e generalizzata da parte del Servizio sanitario nazionale.







