L'ex capo negoziatore Ue per la Brexit, Michel Barnier, ha detto al Guardian che il Regno Unito potrebbe rientrare nell'Unione mantenendo le condizioni speciali che aveva prima del referendum del 2016: niente euro, niente area Schengen. Una posizione che smentisce chi, come il ministro degli esteri polacco, sostiene che Londra debba accettare condizioni più dure per tornare nel blocco."Mi riferisco a Schengen, mi riferisco alla moneta unica: ci sono altri stati membri che non ne fanno parte. È perfettamente possibile prevedere delle deroghe in questi ambiti", ha detto Barnier, ricordando che cinque dei tredici paesi entrati nell'Ue dal 2004 non hanno ancora adottato l'euro, e che i trattati non fissano scadenze. Sul rebate di Margaret Thatcher, lo sconto sui contributi al bilancio comunitario, Barnier ha preferito non sbilanciarsi: "Il dna dell'Ue è la solidarietà, per cui il paese più sviluppato aiuta gli altri", ha detto, aggiungendo che un eventuale rientro "sarà una scelta, e sarà oggetto di negoziato. Sarò pronto a dare consigli gratuiti, a quel punto".L'intervista esclusiva arriva a una settimana dal decimo anniversario del referendum sulla Brexit. Barnier resta convinto che il Regno Unito abbia scelto male, anche se "non sarebbe corretto dire che i problemi del Regno Unito oggi dipendono dalla Brexit", ha aggiunto, "ma sono sicuro che tutti questi problemi sono resi più difficili dalla Brexit". Secondo un sondaggio YouGov citato dal Guardian, il 57 per cento dei britannici pensa che lasciare l'Ue sia stato un errore, ma il sostegno al rientro crolla dal 55 al 35 per cento se si dovesse rinunciare alle vecchie deroghe. Le parole di Barnier, in questo senso, tolgono un argomento a chi vuole rendere il rientro più spaventoso di quanto serva.L'anniversario "tondo" della Brexit, il prossimo 23 giugno, ha riacceso anche sul Foglio Europeo un dibattito che a Londra, dopo anni di rimozione, sembra tornato centrale.Alastair Campbell, ex spin doctor di Tony Blair, nel numero 14 del Foglio Europeo dedicato ai dieci anni di Brexit firma un bilancio durissimo. Parte dall'instabilità di Westminster, sei premier in un decennio, per arrivare dritto al punto: "La tragedia, naturalmente, è che il Regno Unito aveva il miglior accordo di qualsiasi altro paese nell'Ue: le clausole di deroga che volevamo, enormi sconti sul bilancio, la possibilità di restare fuori dall'euro e dallo spazio Schengen". È lo stesso pacchetto di condizioni speciali su cui ora Barnier dice di non vedere ostacoli, ma Campbell avverte che il tempo non si riavvolge. "Dobbiamo accettare fin dall'inizio che non potremo mai riottenere quello che avevamo prima". Cita poi le stime del National Bureau of Economic Research, secondo cui la Brexit avrebbe sottratto tra il 6 e l'8 per cento al pil britannico, e calcola che la crescita perduta sarebbe valsa 90 miliardi di sterline l'anno in più di gettito fiscale, "un dato che andrebbe ficcato in gola a Farage".Sul piano umano, più che economico, si muove invece la conversazione di Paola Peduzzi con la filosofa albanese Lea Ypi, docente alla London School of Economics, che misura il costo della Brexit nel capitale umano disperso dalle università britanniche. Ypi racconta il caso dell'Università dell'Essex, dove "in un dipartimento, di recente, sono stati licenziati otto docenti su dodici", e descrive un paese che si è impoverito di scambi, idee, mobilità: "c'è stato un brain drain enorme, soprattutto di europei che sono tornati a casa". Alla domanda su dove sarà il Regno Unito tra cinque anni, Ypi risponde con una premessa inquietante, "non so se ci sarà ancora l'Unione europea", legando il destino di un eventuale rientro britannico alla tenuta stessa del progetto europeo di fronte ai partiti antisistema.Non meno tagliente è Cristina Marconi, che si domanda: se la Brexit era così bella, perché nessuno l'ha copiata? Marconi descrive un Regno Unito dove Keir Starmer "si è immolato sull'altare europeista per amor di patria", cercando un "allineamento" su standard alimentari e dazi senza però toccare la libera circolazione delle persone, l'unico vero scoglio anche secondo Barnier, che al Guardian ha escluso aperture su questo fronte. "Mai dare argomenti all'estrema destra in Francia o altrove", ha detto. E però, "per quanto sia triste l'Ue senza il Regno Unito", scrive Marconi, in pochi a Bruxelles hanno voglia di "accogliere di nuovo la volubilità culturale e identitaria di un paese smarrito".Resta il nodo immigrazione, che secondo il Guardian si attesta oggi a 171 mila arrivi l'anno, e che lega le mani sia a Starmer sia a Bruxelles: nessuna intesa commerciale più profonda sembra possibile finché quella linea rossa rimane in piedi. Barnier, che a 75 anni non nasconde di guardare anche alla propria corsa all'Eliseo, lega il possibile rientro britannico a un processo lento. "Penso che giorno dopo giorno il popolo britannico vedrà nel mondo attuale che è più pericoloso, più fragile, più instabile, che non possiamo stare da soli". Ha anche proposto di includere fin da subito il Regno Unito, insieme a Ucraina e Norvegia, in un nuovo consiglio europeo per la difesa e la sicurezza, capace di finanziare congiuntamente iniziative militari e tecnologiche, indipendente dalle istituzioni Ue.Insomma la porta di Bruxelles, anche a sentire Barnier, è ancora socchiusa. Resta da capire chi, a Westminster, abbia davvero voglia di attraversarla.
Barnier apre al Rejoin: "Sterlina e niente Schengen restano possibili"
A dieci anni dal referendum sulla Brexit, l'ex negoziatore Ue apre al rientro britannico senza euro né Schengen. Ma tra Westminster instabile e immigrazione, il rientro resta tutto da costruire. Tre voci dal Foglio Europeo









