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Den Harrow assieme ad uno dei parenti fanesi
Fano (Pesaro e Urbino) venerdì 19 giugno 2026 - «I miei zii, la spiaggia, gli amici con cui ho trascorso tutta la gioventù: Fano è un posto che mi viene nel cuore e mi resterà per sempre». Per il pubblico internazionale è Den Harrow, icona dell’Italo Disco anni Ottanta. Per l’anagrafe è Stefano Zandri, 64 anni compiuti il 4 giugno, mamma fanese e papà pesarese. Questa sera alle 22 sarà in concerto al Lido di Fano, in Largo Seneca, per il Boomerang Rewind Festival. Quando sente nominare Fano, qual è la prima immagine che le viene in mente? «La spiaggia, i miei amici, la famiglia. Sono molto felice ogni volta che torno da quelle parti. Ma ci vengo anche quando non devo esibirmi: un salto tra Fano e Pesaro lo faccio ogni anno». Ha ancora parenti qui? «Sì, ho cugini e cugine che vedo regolarmente. Da parte di mia mamma ci sono i Battistelli, da parte di mio papà gli Zandri. Poi c’è Samuele Bertini, mio parente di secondo grado, quello che ha organizzato in città la mostra di Banksy: ci farò un salto perché è una persona deliziosa». Esibirsi a Fano è diverso? «Sì, perché molti adulti che oggi vengono ai miei concerti erano ragazzi con cui uscivo. Andavamo al New Club insieme, abbiamo passato l’adolescenza tra la Palla di Pomodoro e il Lido di Fano che per me è speciale». Gli anni Ottanta: nostalgia o gratitudine? «Gratitudine, assolutamente. La nostalgia non fa parte del mio modo di essere. Grazie alla musica, da bambino grassoccio e bullizzato sono diventato un idolo delle teenager. Ancora oggi devo molto a Den Harrow e alla musica». Per strada la chiamano Den o Stefano? «Den. Pochi sanno che mi chiamo Stefano, solo i più intimi o chi mi segue sui social. La cosa incredibile è che sono circa diciott’anni che non faccio televisione e ancora mi riconoscono tutti. Nel mio piccolo devo aver lasciato un segno». All’Isola dei Famosi ha mostrato anche una parte fragile. «Nella vita uno deve mostrare i propri sentimenti. Se ho voglia di piangere piango, se rido rido, se voglio dire ti voglio bene lo faccio. Per me è un segno di forza. Ma i social allora mi inondarono di violenza verbale: io sono attrezzato, ma tanti oggi non lo sono e possono subire danni enormi». Quando ha capito che Den Harrow era diventato un fenomeno internazionale? «Presto. Non c’erano i social, ma c’erano i giornaletti, i poster, le copertine. La mia carriera è nata per caso: all’inizio non cantavo nemmeno con la mia voce, poi nell’88 mi sono imposto e ho detto che volevo cantare io. Con “Born to Love” al Festivalbar ho unito finalmente la mia voce al personaggio». Che ricordo folle conserva di quegli anni? «Dopo la prima tappa del Festivalbar, nel 1985, il giorno dopo mi ritrovai duecento ragazzini sotto casa. Bivaccavano lì, dovevo uscire dalla porta secondaria. Mia mamma ha avuto una vita d’inferno. Io non ero preparato, non volevo diventare famoso: mi ero trovato dentro un gioco che poi era diventato enorme». Perché i ragazzi di oggi riscoprono l’Italo Disco? «Perché gli anni Ottanta erano fatti di melodie, di bei messaggi, di sound che ti facevano sognare o diventare malinconico. Oggi è tutto più omologato. Noi eravamo una generazione bella, anche ingenua, capace ancora di stupirsi e di piangere per una canzone d’amore». Cosa la emoziona oggi prima di un concerto? «Vedere quei ragazzi che avevano il mio poster in camera sorridere appena mi vedono. Io faccio parte della loro gioventù, magari del primo bacio, del primo amore. Per questo scendo dal palco, canto con loro, li abbraccio, li faccio salire. Non farei spettacoli se non potessi avere questo contatto». Den Harrow e Stefano Zandri sono due persone diverse? «No. Den Harrow è Stefano Zandri. Non riesco a dividere i due personaggi. Den è diventato Den perché c’era Stefano dietro». Se il Boomerang fosse davvero una macchina del tempo, andrebbe nel passato o nel futuro? «Nel passato. Il futuro mi spaventa, oggi non vorrei avere vent’anni. Ho una figlia di 25 anni e sono preoccupato, come tanti genitori. Non per nostalgia, ma perché gli anni Ottanta erano belli, divertenti, pieni di vita».







