Inizia fra poche ore, finisce domenica prossima: è tutto ancora da dibattere, decidere e votare; eppure è già il congresso della grande svolta della Linke. Ancora prima di aprire i battenti del “Metropolis” (la sala-eventi di Potsdam in stile Gründerzeit capace di 5.000 posti costruita nel cuore della cinecittà di Fritz Lang) il «Parteitag 2026» della sinistra tedesca si spalanca nella rivoluzione dei temi all’ordine del giorno.
Spicca l’elezione alla carica di co-segretario del «primo leader italiano» (la definizione è sua), Luigi Pantisano, di origine svevo-calabrese, pronto a combattere «la lotta di classe contro il governo Merz che smantella il welfare» ma anche a fermare «i fascisti di Afd» diventati il primo partito della Germania nei sondaggi. Con ogni probabilità dovrebbe essere nominato alla guida del partito domani (in sostituzione di Jan van Aken ritiratosi ufficialmente per motivi di salute). Ad affiancarlo l’attuale co-leader Ines Schwerdtner, avviata verso la quasi certa riconferma, sebbene dalla base della Linke trapelino segnali della necessità di sostituire anche la componente femminile del vertice.
MA PER LA LINKE ci sarà anche il cambiamento politico nell’anima: per la prima volta in agenda fra i dibattiti centrali spunta il «problema etico» dello stipendio dei parlamentari: una battaglia inedita nel partito finora sempre rimasto strettamente sul solco delle lotte popolari, anche se la natura (prettamente Deutsch) della virata è populista solo fino a un certo punto. Come il limite dei mandati in Parlamento: altra misura in discussione al «Parteitag» di Potsdam in funzione tutta interna. A partire dalla nuova posizione sul Medio Oriente più filo-palestinese – cioè meno pro-Israele rispetto alla storica «posizione della neutralità» – che verrà ratificata dal congresso, la nuova leadership collima sempre meno con la vecchia guardia incarnata soprattutto da Bodo Ramelow, governatore della Turingia, e da Gregor Gysi, ex leader e fondatore della Linke.











